Tchaikovsky – un altro racconto surreale

Girava piano il cucchiaino nella tazzina.

– Quanto zucchero? – gli avevano chiesto, ma lui non ascoltava.

Evidentemente, però, aveva risposto, perché ora muoveva la mano destra per sciogliere i granelli piovuti nel suo caffè. Con l’indice e il pollice teneva l’estremità di argento, mentre le altre tre dita erano sollevate in un gesto elegante e pulito, quasi non volessero essere contaminate dalla ceramica della tazza. Disegnava cerchi che chiudeva con estrema lentezza e senza guardare. Fissava lo specchio davanti a sé, dietro al bancone. Era rimasto in piedi, senza appoggiarsi, ma non aveva l’aria di uno che ha fretta. La mano destra era impegnata con il cucchiaino, la sinistra giù lungo il fianco, le spalle rilassate e la testa dritta. 

Lo sguardo forse perso nel vuoto, forse concentrato su qualcosa che sfuggiva a chi non aveva voglia di approfondire.

Non si poteva dire che avesse uno sguardo triste o grave, ma nemmeno allegro o compiacente. Non si poteva neanche dire che fosse immerso nei suoi pensieri, perché il volto non mostrava alcuna tensione da ragionamento. 

Continuò a mescolare oltre il necessario. Nessuno parve interessarsi ai suoi gesti. Il suo tono di atarassia, non destando reazioni nel mondo circostante, rendeva assente la sua presenza. Solo chi gli aveva versato lo zucchero aveva gettato un occhio fuori per capire cosa ci fosse di interessante o di sospetto da doverlo controllare di riflesso attraverso lo specchio. Non notando niente di particolare, distolse lo sguardo convincendosi che evidentemente stava aspettando qualcuno, per questo teneva d’occhio la strada e l’entrata. 

Fuori la vita scorreva al solito ritmo. Era una mattina di tarda primavera. La luce inondava le macchine semi trasparenti e i furgoni, che scaricavano le merci nei negozi attigui tutti con ampie vetrine sulla strada. I passanti portavano tutti occhiali da sole, compresi gli uomini d’affari in corsa con la loro valigetta e le mamme che da dietro le lenti scure e eleganti rassicuravano con parole di dolce presenza i loro piccoli nascosti nei passeggini.

Finalmente lo zucchero sembrava disciolto, perché d’improvviso l’uomo al bancone smise di mescolare il suo caffè.

Nel frattempo nel locale si era diffusa una sinfonia di Tchaikovsky, intrufolatasi quasi sottovoce per poi catturare l’attenzione con i toni più alti. L’uomo al bancone sembrò disturbato, come se la musica lo distogliesse dal suo intento. Si voltò, lasciando la tazzina ancora piena di un caffè zuccherato e mai assaggiato, e si diresse verso l’ingresso. Si fermò, si frugò nelle tasche, e tornando indietro di un paio di passi lasciò delle monete sul bancone. Il Sogno d’Inverno di Tchaikovsky lo seguì prepotente fino a quando aprì la porta. Sembrava che la musica volesse ricordargli che quella primavera era solo illusoria, solo nella sua mente. 

Fermo sulla soglia, un vento gelido lo colse, ma non si arrese. Uscì in strada, quella luce era troppo intensa per tenere gli occhi aperti. Cercò ancora nelle tasche, trovò i suoi occhiali, le lenti scure come quelli di chiunque altro. Sbatté gli occhi, si guardò intorno. Le macchine, i furgoni, i passanti, gli uomini, le mamme, i bambini nascosti, tutti si muovevano abituati al freddo e ai riflettori in cima ai palazzi. I riflettori davano una luminosità accecante, senza colore.

I rumori della strada erano grevi e senza passione.

L’uomo che prima era al bancone, ora in mezzo alla strada cominciò a spogliarsi. Voleva sentire se quel freddo era vero. Se non poteva togliere gli occhiali, poteva almeno sentire la temperatura sul corpo. Una macchina si fermò vedendoselo davanti mentre si levava prima la giacca e poi la camicia. Si tolse le scarpe e le calze. Sfilò via la cintura dei pantaloni, ma a quel punto qualcuno lo fermò. Era il giovane dietro il bancone, quello che gli aveva versato quei granelli nel caffè, bianchi come la neve che si vedeva almeno un paio di volte alla settimana, tutto l’anno. 

Il giovane lo bloccò, raccolse per lui gli indumenti a terra, gli mise la giacca sulle spalle e lo invitò a seguirlo di nuovo dentro il locale, placido come fosse abituato a scene del genere. L’uomo non obiettò. Oltrepassata la porta a vetri, il tepore primaverile lo riaccolse nel suo grembo. Il giovane fece per aiutarlo a rivestirsi, ma l’uomo si coprì gli occhi con le mani. Non voleva guardare nello specchio, né tanto meno girarsi vedendo l’esterno attraverso le vetrine. Le sue guance si rigarono di lacrime silenziose. Non c’era scampo, pensò.