La lepre – un racconto di dissoluzione

La lepre li fissava immobile. Nessuno osava interrompere quella sfida di sguardi quasi come muoversi significasse rompere un equilibrio perfetto raggiunto per un caso del destino. Mai mettersi contro il destino. Non è questione di superstizione, ma di consapevolezza. È come sentirsi in bilico su una fune sottile sospesa tra l’attimo passato e il domani. Il domani potrebbe essere una catastrofe, l’attimo passato è tristemente noto nella sua insignificanza, ma quella sospensione, quella sospensione è così carica di significato che diventa l’unico attestato di esistenza. Sono in bilico, perciò sono. 

La certezza di questo assioma diventa più fondata, se per empatia capisci che non sei l’unico a viverla. Così si sentivano entrambi. Non c’era bisogno di parole, né di sguardi.

Si sentivano, percepivano lo stesse sensazioni e nella testa erano scattate le stesse emozioni e le stesse riflessioni. Ne erano certi, altrimenti non si sarebbero sentiti così: svuotati dall’azione, riempiti dall’esistenza.

Loro e la lepre: quattro piccoli occhi pieni di stupore, due grandi occhi porta di mistero.

La lepre li fissava immobile. Non era chiaro da dove fosse spuntata. Non era chiaro perché loro si trovassero lì. Vaghe reminiscenze dal mondo di Alice passavano nella loro testa. Nella testa di entrambi, lo sapevano. Alice però era una bambina. Loro erano sognatori convinti di realismo. Era proprio questo il punto che li bloccava. Nella loro ricerca fondata sui principi del materialismo e della scienza, la possibilità di quella porta negli occhi della lepre non era stata prevista. E proprio come robot nell’impasse di due ordini contrastanti non sapevano come andare avanti. La lepre non desisteva. Rimaneva lì con l’invito aperto. Aspettava paziente che processassero la nuova dimensione come qualcosa di possibilmente ordinario. Li aveva sorpresi in coppia volontariamente.

Il singolo può farsi prendere dall’esperienza mistica, può credere al sogno, può pensare alla deriva folle della mente. In due no, in due prima o poi c’è il confronto a mente lucida e la sola consapevolezza di questo dà la vivida percezione dell’adesso. 

Più fissavano la lepre e più si convincevano che non avevano niente da perdere. 

 

Le due ragazze cominciarono ad agitarsi. Non erano rientrati per il pranzo e non rispondevano ai telefoni. Aspettarono ancora un’ora e poi decisero di andare al campo. Trovarono tutta l’attrezzatura al loro posto, come in attesa che i legittimi proprietari ne riprendessero l’uso. Gli archi erano poggiati a terra, con le frecce vicine, alcune frecce erano inserite nei bersagli, sistemati a una ventina di metri di distanza, le altre ancora nelle sacche a terra. Le contarono, sapevano che ne portavano una dozzina a testa e non ne mancava neanche una. Trovarono anche i marsupi con i documenti e le chiavi di casa e della macchina. Sembrava quasi che fossero stati distratti da qualcosa o chiamati da qualcuno mentre si stavano allenando. Le ragazze allora si guardarono intorno, videro l’erba calpestata a formare un sentiero alla sinistra dei bersagli. Timorose, provarono a seguire il percorso, ma a un certo punto l’erba tornava intonsa e il cammino si arrestava. 

In preda a una sorta di panico, si guardarono intorno e scambiandosi uno sguardo concorde, tornarono velocemente verso l’auto. 

I soccorsi avevano perlustrato tutta la zona, ma dei due ragazzi nessuna traccia. Si erano come dissolti. La guardia salutò la giovane donna sulla soglia di casa con un goffo tentativo di rassicurarla. Non sarà successo niente di grave, voleva essere il senso delle sue parole, torneranno. Lei richiuse la porta e abbracciò l’amica. Un senso di angoscia pervadeva entrambe.
Si fece buio e loro avevano già vagliato ogni possibilità. Avide lettrici, si erano rifatte anche alla letteratura: no, non poteva essere come il protagonista del libro di Faulkner, che esce per comprare le sigarette e non fa più ritorno a casa. Non poteva essere una fuga premeditata dei loro fidanzati, non ce n’era proprio motivo. 

Arrivò la notte, ma non riuscivano a prendere sonno. Sedute vicine, lo sguardo basso, si tenevano per mano non tanto per farsi coraggio, quanto per non sentire forte il peso di quel vuoto che percepivano dentro. 

La sensazione della perdita apre un varco che toglie il senso all’esistenza. La certezza di questo assioma diventa più fondata, se per empatia capisci che non sei l’unica a viverla.

Così si sentivano entrambe. Non c’era bisogno di parole, né di sguardi. Si sentivano, percepivano le stesse sensazioni e nella testa erano scattate le stesse emozioni e le stesse riflessioni. Ne erano certe, altrimenti non si sarebbero sentite così: svuotate dell’esistenza, frementi per l’inazione. 

Venne il mattino e si addormentarono abbracciate. Il sonno porta via anche quel poco che rimane quando il vuoto dilaga, il contatto rassicura di non perdere almeno se stesse. In due si ha l’idea che qualcosa si possa riempire. 

Verso le undici suonarono al campanello. Il suono le colse nel sonno profondo, ma scattarono entrambe in piedi all’istante. Erano loro. Non avevano niente con sé, d’altronde le loro cose erano state raccolte il giorno prima dalle guardie. Sembravano stare bene, seppur con uno sguardo frastornato. Un sollievo misto a rabbia colse le due donne che buttarono le braccia al collo dei loro innamorati. Dalle parole farfugliate dei due giovani e dal loro imbarazzo capirono che non era il momento per le spiegazioni. Premurose, li accompagnarono dentro. La padrona di casa offrì asciugamani e ristoro per entrambi. Potevano farsi una doccia e finalmente mettersi a tavola per il pranzo che avevano concordato il giorno prima. 

Passarono un paio d’ore. Le ragazze avevano sistemato la tavola e riscaldato le vivande. I due compagni si erano rassettati, sciacquandosi la faccia più volte con acqua fredda per eliminare quell’espressione inebetita che si vedevano reciprocamente sul volto. Finalmente si misero a tavola. Si levarono le forchette per cominciare a servirsi. 

– Abbiamo cucinato insieme ieri, vi abbiamo preparato il coniglio – disse felice la padrona di casa, mentre l’amica annuiva sorridendo. 

Uno si fermò con il braccio a mezz’aria. L’altro abbassò lo sguardo, scostò la sedia e si affrettò in bagno.