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Racconto – Fantasia Zen n° 2

Racconto – Fantasia Zen n° 2

Gli occhi fanno male. Non è solo un desiderio quello di dormire. Non è pigrizia. Ha resistito tanto. È sul limite adesso. Loro continuano, vogliono proprio questo: portarti al limite della follia. Nessuno vuole impazzire. La follia fa male più degli occhi. C’è un punto di non ritorno, che però si riesce a percepire. È l’istinto. Lo senti quel punto e quando ti ci avvicini, cedi, perché la follia è un campo senza confini e a vederlo da lontano sembra pieno di spine. Fanno leva su questo e ti portano fino a sentirlo quel punto. C’è chi molla molto prima, chi cede proprio sul confine, chi va oltre e si assume il rischio. Tra questi molti muoiono. Così gli hanno sempre detto. Solo in pochi resistono, quei pochi che si sono dimostrati eccellenti già nell’allenamento.  

Lui è uno di questi. È palese. Tutti i suoi compagni gli hanno sempre riconosciuto la sua forza interiore, la sua capacità di concentrazione fuori dal comune. Il maestro spesso lo ha preso come esempio. Adesso è il momento della verità. 

Sono passati due giorni a occhio e croce. Appena preso, lo hanno buttato lì da una parte, senza neanche legarlo e senza dirgli niente. Non sapeva cosa sarebbe successo. Subito si è messo in ascolto, si è guardato intorno, ha cercato di capire, ma poi ha ricordato le parole del maestro: «Non perdere tempo, non c’è niente da aspettare e da aspettarsi. Concentrati subito. Risparmierai un sacco di energie». Si è ricordato allora della prima trappola: il dubbio. Ti lasciano lì nella solitudine e nel silenzio in modo che l’apprensione prenda il sopravvento. Presa dalla paura, la mente entra in un vortice di pensieri, che affondano l’animo e stremano il fisico. Se il fisico parte già stanco, il cedimento è immediato. Così ha lasciato che i pensieri passassero e si è concentrato sul respiro. Sono passate due o tre ore. Non ha nemmeno sentito la fame. Sono arrivati che doveva essere buio. Pensavano dormisse, ma lui era ancora concentrato. 

Lo hanno strattonato e pungolato con un bastone. Da lì è iniziata la prova. Due giorni a occhio e croce e ancora non gli hanno permesso di dormire. Dapprima svegliandolo ogni volta che gli vedevano chiudere gli occhi e rallentare il respiro. Quando hanno capito che cercava solo di stare calmo, hanno iniziato a stimolarlo. Ci hanno provato in tutti i modi: con acqua ghiacciata, con fiammelle di fuoco sotto le braccia, con rumori assordanti nelle orecchie. Non è nuovo, ha pensato tutto il tempo, il maestro lo ha avvisato e fatto esercitare parecchio per la seconda trappola: l’agitazione. «Se permetti al cuore e al respiro di accelerare, perderai la concentrazione della mente e, perdendo quella, perderai te stesso».Quello che accade in superficie può non essere portato nel profondo di sé. I sensi eccitano il fisico continuamente. Quando si impara la concentrazione, il cuore e il respiro reagiscono sì allo stimolo, ma la consapevolezza interviene immediatamente e l’effetto svanisce in un breve lasso di tempo. Non ha mai preteso di divenire insensibile, il maestro è sempre stato chiaro in questo: è impossibile.

L’esercizio stava nel riprendere l’attenzione e il controllo della mente, accorciando con l’allenamento il tempo di reazione, e avere la prontezza per tenere testa allo stimolo successivo.

Così, chiudendo gli occhi, ogni volta si è concentrato sul cuore. Finora ha retto. Ha preso questo continuo alternarsi di stimolazione e ripristino del rilassamento come un gioco, come un’onda che si alza e si abbassa. Dopo due giorni, l’onda è divenuta il suo nuovo oggetto di concentrazione e una condizione quasi normale. Loro se ne sono accorti e, come da copione, hanno cominciato ad alzare il tiro.

Se chiudere gli occhi gli permette di isolarsi con la mente, tenergli gli occhi aperti lo costringerà a cedere. Non hanno faticato per bloccarlo, non ha mai opposto resistenza. Gli hanno infilato una sorta di cappello, le cui appendici arrivano fino agli zigomi, una sorta di maschera di metallo che aggancia palpebre inferiori e superiori. Non è dolorosa. Lo hanno portato fuori alla luce di un sole alto e cocente. Deve essere il mezzogiorno del terzo giorno o forse del quarto. La luce sì, fa un po’ male. Lo hanno lasciato lì, saranno già passate alcune ore, perché il sole si è spostato. Gli occhi gli bruciano e lacrimano. Almeno finché riescono a lacrimare è salvo. Presto si seccheranno e a quel punto sarà un nuovo stadio.

Arrivano, lo trascinano dentro, capisce che non toglieranno la maschera. Dovrà imparare a concentrarsi anche ad occhi aperti, ignorando il dolore e la mancanza di riposo. Comincia a essere sul limite. Ha risparmiato tante energie eliminando i pensieri, ma il fisico comincia a cedere. Il disagio degli occhi offusca anche la vista interiore. Si sente barcollare mentre lo mollano per ributtarlo nel suo angolo. La terza trappola, non ricorda, non riesce a ricordare la terza trappola. Gli occhi fanno male, è stanco, arrivano immagini e dolori e fantasmi.

L’esterno si confonde con l’interno, quello che è fuori assume le sembianze di ciò che è dentro.

«Quando pensi di aver conquistato i sensi, fa attenzione a ciò che è dentro di te, perché, trovando libero tutto lo spazio della mente, si ingrandirà a dismisura». Sì, eccola la terza trappola, l’illusione, prendere per vero quello che vero non è, prendere per reale ciò che è solo una produzione della mente. Non è vero, comincia a ripetersi. Non è vero, non è vero, niente è vero, svegliati alla verità, svegliati, svegliati… Lo strattone lo sveglia, il suo compare ha il viso di chi è allenato alla calma, ma fa capire che c’è da stare allerti. «Sono arrivati, non abbiamo scampo». Sente il guizzo interiore dell’agitazione, lo controlla, si alza. Il momento è arrivato. Il maestro è già stato preso in un agguato qualche giorno fa. Oggi tocca a loro. È il tempo della vera prova. 

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