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Articolo – Il mio corpo mi ama

Articolo – Il mio corpo mi ama

La condivisione è qualcosa di molto comune e basilare in natura. Tanti sistemi naturali funzionano perché condividono, se consideriamo il verbo condividere nella sua accezione di “dividere e distribuire”. 

«Oltre agli usi ovvi, che possiamo osservare nell’attività umana, vi sono altri esempi di condivisione che si possono trovare in natura. Quando un organismo si nutre o respira, gli organi interni sono costruiti in modo tale da dividere e distribuire l’energia in ingresso e rifornire le parti del corpo che ne necessitano» [1]. 

Anche il corpo umano funziona sulla base della condivisione. Il corpo si adopera distribuendo i nutrienti per far funzionare ogni apparato. La circolazione sanguigna è il mezzo principale attraverso cui avviene questa distribuzione. Ogni parte poi contribuisce al benessere di tutte le altre. Quando una delle parti si sbilancia, l’intero organismo cerca in tutti i modi possibili di ripristinare un equilibrio funzionale. Le posizioni antalgiche e persino le malattie ne sono un esempio. Ciò che noi chiamiamo “adattamento” può essere interpretato anche come “cooperazione”: non si tratta di un corpo unico che lavora, ma di tante parti che interagiscono formando un insieme efficiente. 

In questo senso il corpo umano, così come tante altre manifestazioni viventi, è un esempio di perfetta equanimità e, in senso più aulico, dell’amore. Se l’amore infatti è un prendersi cura in maniera disinteressata e un desiderio del bene altrui, ebbene il corpo è un perfetto esempio sia dell’uno che dell’altro.   

Il mio corpo mi ama. 

Peccato che non tutte le persone ricambino l’amore incondizionato del loro corpo. Per molti si tratta anzi spesso di una relazione conflittuale che presenta degli estremi: dall’odiare il proprio corpo ad amarlo di un amore patologico (ad esempio in maniera narcisistica o ansiogena). Avere un’idea di come funziona l’insieme mente-corpo può essere d’aiuto per ripristinare un corretto rapporto con se stessi. Da questo punto di vista la visione del Samkhya-darshana, la dottrina che fa da substrato filosofico allo yoga (V sec. AEC), può risultare interessante e utile. 

Secondo il Samkhya, l’individuo è formato da un insieme di:

  • butha – elementi (gli stessi che costituiscono la natura: acqua, terra, fuoco, aria, etere);
  • tanmatra – sensazioni (odorato, gusto, vista, tatto, udito);
  • indriya – sensi (se ne contano dieci: cinque di cognizione – occhi, orecchie, naso, lingua, pelle – detti jnanendriya e cinque di azione – mani, piedi, lingua, genitali, ano, detti karmendriya);
  • manas (la mente emotiva direttamente legata ai sensi);
  • buddhi (la mente razionale, intellettiva, che può controllare manas);
  • ahamkara (l’ego, il senso dell’io).

Il tutto funziona in sinergia: ogni stimolazione esterna (bhuta che mi circondano) colpisce l’organismo (gli jnanendriya) attivando il sistema sensoriale (tanmatra), che trasmette un segnale al sistema nervoso centrale. Il SNC elabora a sua volta il messaggio con l’aiuto dell’amigdala (il centro delle emozioni – manas), che si confronta con i centri della memoria (ahamkara). Subito dopo scaturisce una risposta che viene inviata al sistema nervoso periferico attuando generalmente un’azione o meglio una reazione allo stimolo (attraverso i karmendriya). Tutto ciò avviene in maniera velocissima e solitamente inconscia. Se la corteccia prefrontale (centro delle elaborazioni razionali – buddhi) è abbastanza allenata, è possibile che riesca a intervenire in tempo bloccando o modificando se necessario la risposta. 

Nella visione tantrica, sviluppatasi successivamente al Samkhya, i tanmatra sono legati ai chakra, i plessi energetici che governano determinate aree e funzioni del corpo.

Così ad esempio: quando il muladhara-chakra è in equilibrio, il senso dell’olfatto funziona correttamente. 

Tutte le tecniche dello hatha-yoga, gli āsana in particolare, mirano a tenere in equilibrio i chakra. Quando gli āsana sono combinati con la recitazione del loro bīja-mantra [2], il loro effetto si amplifica per via della forza della vibrazione. 

La sequenza proposta nella lezione “Rifornire ogni parte” lavora sul bilanciamento di ogni chakra attraverso la combinazione di āsana e bīja-mantra.  

Condivisione
Ardha purvottana-āsana, posizione parziale dell’est. Con il mantra Yam ha un’azione diretta sull’Anahata-chakra, chakra del cuore.

In questo modo la parte più sottile (manas, buddhi, ahamakara) collabora con quella più materiale (bhuta) per assicurare il migliore funzionamento dell’organismo. Il corpo infatti coopera e si adatta: ciò significa che può cooperare e adattarsi anche a una condizione non ideale imposta dalla mente. Per mantenere un equilibrio che sia veramente salutare occorre che l’io e la ragione conducano ad azioni che siano salutari.

Lavorare volontariamente sulla circolazione del sangue e del prāna [3] è un ottimo modo per aiutare il corpo a distribuire i suoi nutrienti rifornendo ogni parte. 

Anche il prānāyāma offre un ottimo aiuto e in più ci riporta al valore profondo e naturale della condivisione. Il respiro simboleggia lo scambio con il mondo esterno. Respiriamo l’aria di tutti e di tutto. Troppo spesso però pensiamo all’aria in maniera egoistica: abbiamo bisogno d’aria, ci manca l’aria, prendiamo l’aria. 

L’iper-ventilazione è una problematica molto comune, specie al giorno d’oggi: abbiamo sempre troppo ossigeno! Questo comporta paradossalmente comporta una minore ossigenazione a livello cellulare – effetto Bohr [4] – e quindi minor nutrimento per organi e tessuti. Occorre allora ribaltare il concetto di dover prendere tanta aria per avere più ossigeno, perché in realtà è la presenza di anidride carbonica nel sangue che permette la perfusione cellulare. La Co2 è prodotta con il movimento.

In sostanza occorre muoversi di più e respirare di meno!

Essere meno avidi di ossigeno significa compiere respirazioni più lente, sottili, che hanno una positiva influenza sul sistema nervoso centrale oltre che sugli organi. Abbandonare l’avidità del respiro significa anche prendere giusto quello che serve per nutrirsi e lasciare tutto il resto per la condivisione con gli altri esseri, con l’intero universo

«Essenzialmente la parola prānāyāma significa “vivere in, come, e nutriti dall’energia della forza vitale che ha dato origine all’intero universo» [5].

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  1.  https://it.wikipedia.org/wiki/Condivisione.
  2. Ogni chakra ha uno specifico suono di appartenenza, una sillaba che agisce su quella particolare area. 
  3. La serie di pavanamukta, usata solitamente per il riscaldamento ha proprio lo scopo di sbloccare i blocchi energetici (pavana=prāna; mukta = liberazione). La circolazione è migliorata anche con gli āsana – specie le inversioni – e in generale con l’attività fisica. 
  4. https://it.wikipedia.org/wiki/Effetto_Bohr .
  5. Robin L. Rothenberg, Restoring prana, Singing Dragon ed., 2019.

 

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