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Racconto – Fantasia Zen n.°1

Racconto – Fantasia Zen n.°1

Sulle labbra manteneva un sorriso quieto. Sembrava che l’intera situazione non la toccasse affatto.

Ne sembrava quasi divertita. I due russi erano ridicolmente aggressivi. Parlavano tra loro in russo. Non sembravano andare d’accordo, forse era solo il tono della lingua e il loro volume alto. Forse volevano entrambi convincersi di essere tosti e decisi. Loro avevano il potere, loro avevano la situazione in mano.
A lei si rivolgevano in inglese. Avevano quel minimo di nozioni della lingua per permettere di dare
istruzioni, non sarebbero stati capaci di sostenere una conversazione. Lei capiva quello che
volevano non tanto dalle parole, ma dal modo in cui si esprimevano e dall’osservare l’intera
situazione. Era sempre stata una grande osservatrice e soprattutto aveva sempre avuto un grande
intuito.
La stanza era né grande né piccola e semi buia. Sarebbe stata luminosa, lo si capiva dalla luce forte che filtrava attraverso le fessure storte delle vecchie tapparelle abbassate. Di sicuro erano ad un piano alto. I russi mantenevano l’oscurità, perché è così che si fa nelle scene di tensione dei film, anche dei film russi.

L’oscurità incute timore, il timore incute reverenza, la reverenza assoggetta al più forte.

Loro potevano decidere del livello di chiarore nell’ambiente. Questo dava loro la forza. La rilassatezza di lei, però, li innervosiva. Il suo sorriso distaccato quasi li impauriva.

Bussarono alla porta. Entrarono altri amici, altri russi. Si scambiarono alcune informazioni. Uno dei nuovi arrivati dette una pacca sulla testa ai primi due. Evidentemente non avevano capito niente. Lui era il vero capo, ma mantenne il buio pure lui.
Gli altri tre arrivati con lui si sparpagliarono nella stanza, uno aprì il frigo e rimase deluso dal trovarci solo acqua e succo di frutta. Il secondo poggiò una busta sul tavolo e gli mostrò che aveva comprato lui le birre. Il terzo si buttò sul letto.

Il capo andò dalla donna, legata ad una sedia nel centro della stanza.
– Sei una bella donna – gli disse in un inglese migliore di quello dei suoi scagnozzi – potrei darti in pasto ai miei cani – le sussurrò all’orecchio guardando poi i cinque uomini russi. La donna non mostrava alcuna variazione emotiva. Il suo respiro era calmo, continuava ad osservare, sembrava studiare la situazione, non pareva essere toccata da quello che accadeva se non per curiosità. Il capo sembrò rimanerci male. Urlò qualcosa contro i primi due. I due sembrarono giustificarsi.

– C’è stato un errore, lo sai?
– Immaginavo – le parole di lei erano pacate.
– Io sono un gentiluomo e non mi sporco le mani, specie se non serve – gli scagnozzi sembrarono
inveire come cani a cui si tolga improvvisamente l’osso.
– Silenzio – gli urlò dietro il capo – Questa tua tranquillità. Chi sei tu? Cosa nascondi? – la donna
non rispose.
Il tipo sul letto blaterò qualcosa, aveva verificato su un laptop le credenziali della donna, i primi
due gli avevano passato i documenti.
– Niente, nessuno… non sei della polizia, non sei una spia, non sei a capo di qualcosa,

Chi sei?
– Non lo so.

– “Non lo so”? Mi prendi forse in giro?
– Tu vedi i dati sul computer, tu sai che non sono la persona che cerchi. Io non so chi sono per te.
– E per te invece chi sei?
– Non lo so neanche per me.
– Mi stai innervosendo, questo lo sai? – gli fiatò le parole davanti al naso. Era furioso da una parte, dall’altra affascinato da questa donna, che sembrava tutto e non era niente.
– Non posso farci niente. È un problema tuo.
– Un problema mio? Sei tu che sei mia prigioniera lo sai?
– Forse.
– “Forse”? – l’uomo alzò gli occhi al cielo e si guardò intorno. Gli altri erano divertiti e intimoriti, continuavano a non capire la situazione.
– Facciamo così, bel faccino, adesso mettiamo alla prova la tua bella calma. Facciamo un affare,
un gioco. Se vinci, io ti lascio andare, se perdi, be’ se perdi è finito il gioco. Se non vuoi giocare,
però, ti dò in pasto ai miei cani – Gli scagnozzi si levarono in un sorriso collettivo, di nuovo con l’acquolina in bocca. Il capo ordinò qualcosa al tipo al tavolo con la birra in mano. Quello posò la birra, si alzò dalla sedia e tirò fuori la pistola dalle mutande. Il capo la guardò di traverso, la prese con un fazzoletto e la annusò mentre si lamentava degli usi poco raffinati dei suoi uomini. Controllò le pallottole dentro. Ne estrasse due.

– Ce ne sono tre su sei adesso. Conosci la nostra roulette? – La conosco – annuì lei.

– Allora vuoi giocare?
– Perché no? – la donna sorrise.

– Niente scherzi, bellezza. Hai cinque pistole puntate addosso.
– Non scherzerò – Il capo passò dietro la sedia e si abbassò per liberarle le mani. Sfiorò con il naso il collo di lei e si fermò ammaliato dal profumo di rosa che emanava. Lei percepì l’eccitazione di lui, ne sorrise, non si scompose.
Il capo le passò la pistola. Non era convinto. Non avrebbe voluto rovinare tanta bellezza e non voleva neanche fare un macello in camera, i ragazzi non erano bravi a pulire, avrebbe dovuto chiamare le donne, le specialiste.
Lei sorrise e si puntò la canna alla tempia. – Perché diamine non trema? – pensò lui – neanche gli uomini più duri sono così calmi.
– Ti rendi conto che puoi morire? – le disse duro.
– E tu ti rendi conto che per me è indifferente? – rispose lei mentre premeva il grilletto.

 

3 commenti

  1. Quello che si chiama self-control :-))

    Mi è piaciuto moltissimo e ti racconto la fine…x me

    ….il colpo va a vuoto,lei guarda il capo dritto negli occhi e dice,bene! mi sono proprio divertita! ora devo proprio andare ho un’incontro di lavoro importante, ti farò sapere il prossimo luogo e i costumi By !!! :-))))

  2. Rodolfo

    Ciao Gilda. Non ho mai partecipato ad un blog (sono l’ultimo dei mohicani…) e non so esattamente cosa devo fare. Insultare gli altri nascondendomi dietro un falso nome? No, che brutto! Raccontare i miei affari a destra e a manca? E a chi interessano? Per adesso guardo cosa fanno gli altri e, imitandoli, ti faccio i complimenti e ti mando anch’io un’extension del finale.

    “Il sole era già calato quando infine lasciò la stanza. Un ricordo lontano riempì l’aria della via: il tempo si dissolse e si rivide dove tutto era cominciato. Per un istante lo credette possibile, poi i rumori della sera ebbero il sopravvento e ogni cosa riprese come prima. Tornò all’hotel con una strana sensazione, entrò nella stanza, si sedette ed estrasse la pistola, la sua. Non girò il tamburo – non ce n’era bisogno – e ripensando alla donna premette il grilletto.”

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