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ARTICOLO – L’allenamento yoghico

ARTICOLO – L’allenamento yoghico

Lo scopo originario dello yoga è conoscere la propria vera natura, ovvero rispondere all’annosa domanda: “Chi sono?” oppure a “Da dove vengo?” o ancora “Qual è lo scopo dell’esistenza?”.

Lo yoga è un percorso spirituale, filosofico, esistenziale.

A questo scopo è stato strutturato prima tutto un sistema di “educazione della mente”, elucidato in maniera esemplare negli Yoga-sūtra di Patanjali, poi si è pensato di coadiuvare questo allenamento mentale con delle pratiche fisiche. 

L’educazione della mente passa attraverso la concentrazione, la consapevolezza, l’osservazione. Gli yoghin hanno però capito che difficilmente una mente può essere allenata se il corpo la distrae con le sue magagne. Per questo, nel periodo che coincide con il nostro Medioevo, sono state elaborate precise tecniche allo scopo di rendere il corpo sano, vigoroso e persino veicolo propulsore di quell’allenamento mentale, che porta a uno stato superiore di coscienza. 

Le pratiche dello hatha-yoga infatti si basano non solo e non tanto su un’anatomia e fisiologia oggettiva, quanto su una fisiologia mistica che, se opportunamente controllata, diventa supporto fondamentale per le alterazioni della mente.

Non si tratta in sostanza solo di rendere sano il corpo, ma di far fluire il prāna all’interno di esso e di dare degli input psico-fisiologici che dirigono il complesso corpo-mente verso quello stato superiore di coscienza che permette appunto di conoscere la propria vera natura. 

In questo percorso le parti apparentemente più coinvolte sono però proprio i muscoli e le articolazioni. 

«Non sono solo i muscoli a dover rispondere alla stimolazione yoga, ma anche e soprattutto i punti di giuntura tra i segmenti ossei. […] Con un riscaldamento adeguato, che preveda scioglimento delle articolazioni e ossigenazione muscolare, il corpo è pronto per praticare gli âsana, più bilanciato dal punto di vista delle tensioni e dell’assunzione di carichi che potrà sostenere» [1]. 

Nel periodo del primo hatha-yoga, nel Medioevo, tanta era l’importanza della fisiologia mistica, anche per mancanza di conoscenza di una fisiologia scientifica, che certe pratiche erano affrontate senza preoccuparsi troppo di riscaldare il corpo o preparare le articolazioni.

Oggi sappiamo che il riscaldamento è un passaggio fondamentale della pratica, specie se le pratiche coinvolgono in maniera pesante le articolazioni con forte compressione (per esempio quella di padma-āsana, la posizione del loto che può letteralmente “spaccare le ginocchia” se assunta senza precauzioni) o al contrario forti trazioni (l’apertura di hanuman-āsana per esempio rappresenta un grosso rischio per le articolazioni delle anche). 

«Il corpo umano è potenzialmente capace di assumere innumerevoli posizioni e ognuna di queste implica un’azione coordinata di specifici muscoli e articolazioni nonché una stimolazione differenziata dei diversi centri sub-corticali della coordinazione» [2]. 

Accade spesso che una posizione sia difficile da assumere solo per il fatto che non è mai stata assunta in precedenza. Il cervelletto, che è il data-base degli schemi motori, di fronte a una nuova posizione del corpo non trova nella memoria uno schema conosciuto, per questo si fatica a capire come mettere il corpo.

Può essere quindi che non se una posizione non riesce non sia solo un problema articolare, di un’articolazione troppo rigida, o muscolare, di un muscolo contratto, ma semplicemente di uno schema che deve essere acquisito. Ripetendolo, l’esercizio migliora perché i muscoli si allentano, l’articolazione si libera, e il cervelletto ha acquisito un nuovo schema. 

lo scopo dello yoga

lo scopo dello yoga

lo scopo dello yoga
Urdhva bahu-āsana, posizione delle braccia in alto. Molte persone non riescono a sollevare le braccia nella terza variante, perché necessita di spalle libere e sbloccate, ma anche perché è un movimento inusuale.

 

La lezione “La stimolazione yoga” vuole essere un esempio di ciò che lo hatha-yoga rappresenta sul piano fisico: un lavoro di rafforzamento muscolare e mobilitazione articolare che muove il corpo in tutte le direzioni insegnandoli nuove connessioni e nuovi schemi e liberando il prāna al suo interno:   

«Le articolazioni, i muscoli, i tendini devono essere flessibili e forti per stabilizzare la postura quando si affronteranno il prânâyâma e la concentrazione; l’organismo sano cosicché non richiami più attenzioni da parte della mente e questa possa trascendere nella meditazione; la schiena forte, stabile, facilmente eretta per reggere l’attenzione e permettere l’ascesa delle energie dal basso; il sistema nervoso allenato perché possa affrontare l’interazione con le forze spirituali quando stimolate (Kundalinî); insomma tutto il sistema psico-fisiologico deve essere equilibrato affinché la persona abbia la preparazione e il vigore necessari per aprirsi a uno stato superiore di coscienza» [3]. 

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  1. Gilda Giannoni, Yoga dall’Armonia alla Gioia, ed. Magnanelli, To, 2012.
  2. Ibidem.
  3. Ibidem.