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ARTICOLO – La libertà individuale

ARTICOLO – La libertà individuale

La mia libertà finisce dove comincia quella degli altri” è una frase attribuita a Martin Luther King, ma il concetto era già presente nella filosofia di Kant, che a lungo dissertò sulla libertà:

«Nessuno mi può costringere ad essere felice a suo modo (come cioè egli si immagina il benessere degli altri uomini), ma ognuno può ricercare la sua felicità per la via che a lui sembra buona, purché non rechi pregiudizio alla libertà degli altri di tendere allo stesso scopo, in guisa che la sua libertà possa coesistere con la libertà di ogni altro secondo una possibile legge universale (cioè non leda questo diritto degli altri)» [1].

Sempre secondo Kant la libertà è l’unico diritto di nascita dell’uomo, è un principio intrinseco al fatto stesso di essere umano.

La libertà diventa un problema di cui discutere nel momento in cui gli uomini si riuniscono in comunità e società. La questione dell’essere liberi ha senso all’interno del contesto sociale:

«La parola “libertà” viene dal latino libertate(m), a sua volta derivato da liber ‘libero’, che risalirebbe all’indoeuropeo *leudhero- ‘che ha una stirpe, che appartiene a una gente’, derivato di leudho- ‘gente’. Dalla radice indoeuropea si può dedurre che qualcuno che è libero appartiene a una comunità di persone che sono vicine e hanno pari diritti, tra coloro che sono in pace e che difendono insieme questa pace interiore dagli attacchi di terzi. Pertanto, la “libertà” come status giuridico sarebbe sempre relativa a un gruppo e alle aree in cui questa norma è vigente» [2].

Se ci si stupisce del fatto che questa idea sia presente nelle lingue indoeuropee e quindi sia arrivata fino all’India, basti pensare alla rigida legislazione indiana a partire dal codice di Manu e l’istituzione delle caste.

Occorre rivolgersi alla tradizione degli shramana e da lì a quella degli yogin, dei buddisti e dei giainisti per trovare un concetto di libertà più ampio, esistenziale nel senso più profondo del termine.

Qui la mancanza di libertà è data dalla māyā, dall’illusione cui tutti gli uomini sono soggetti, siano essi riuniti in gruppo o solitari.

Tornando invece all’aspetto più pragmatico e sociale della libertà, la riflessione sul rapporto tra sé e il proprio gruppo di appartenenza per definire la propria misura di libertà è particolarmente utile e interessante. La lezione “Pari diritti” vuole mettere in evidenza proprio questo rapporto, in una pratica che è, come al solito per la pratica yoga, una presa di coscienza.

Prendere consapevolezza di come mi relaziono, mi permette di capire se e quanto la mia libertà è condizionata dagli altri o da me.

Il legame può essere vissuto come costrizione o come rafforzamento di una relazione. Nel primo caso il legame è stato costruito su basi esteriori, su “non scelte” da parte del soggetto che evidentemente ha ceduto alla volontà degli altri e quindi ha perso una parte della propria libertà. Nel secondo caso, la propria libertà è affermata e solida e il legame è costruito per rafforzare le relazioni, nella consapevolezza che la comunità è un bene e un aiuto per tutti.

A livello individuale nella propria evoluzione l’uomo ripercorre sempre l’evoluzione che ha seguito la specie umana. È la dualità ciò che viene chiamata filogenesi ed ontogenesi [3]. Se l’uomo di per sé nasce libero, spontaneamente ha sentito nel corso dei secoli la necessità e la convenienza di riunirsi in comunità.

 

La costituzione della società è stata una libera scelta.

Oggi il singolo nasce già inserito nel contesto sociale e la prima impressione è che venga meno la libertà individuale per i troppi vincoli comunitari.

È proprio a questo punto che interviene il concetto di libertà secondo la filosofia degli yogin e degli asceti orientali. Attraverso lo Yoga si compie un percorso a ritroso fino alle origini della nostra libertà intrinseca. Man mano che ci si avvicina ad essa, le limitazioni comunitarie cessano di essere vissute come tali, perché il praticante impara a conoscere se stesso, ritrova la coerenza tra ciò che desidera veramente e ciò che fa e si crea una stabilità interiore, indipendente dalle opinioni altrui e dalle indicazioni che gli altri possono dargli per la propria vita.

 

la mia libertà finisce...
Tada-āsana, posizione della montagna rappresenta la stabilità interiore, la fermezza che si crea con la conoscenza di sé.

 

«I termini germanico o anglosassone “Free(dom)” o “Freiheit”, secondo le ipotesi etimologiche, hanno invece il proprio significato attuale dal germanico * frī-halsa = “qualcuno che possiede il suo collo”, che può quindi disporre di sé stesso» [4].

Dall’Oriente al nord Europa si ritrova il vero senso della libertà individuale: “possedere il proprio collo”. Il collo è il ponte tra la testa e il cuore. Ogni conflitto tra ciò che il cuore desidera e ciò che la testa decide di fare, condizionata dai vincoli sociali, si manifesta in una rigidità del collo. Un collo libero equivale a un cuore che va d’accordo con la testa, a un individuo che può disporre di se stesso.

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  1. da Sopra il detto comune: questo può essere giusto in teoria, ma non vale per la pratica, in Scritti politici e di filosofia della storia e del diritto.
  2. https://it.wikipedia.org/wiki/Libert%C3%A0
  3. Si veda il mio articolo “I passaggi della vita“.
  4. Idibem, nota 2.