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ARTICOLO – L’esperienza dell’infinito

ARTICOLO – L’esperienza dell’infinito

«Karunya, il figlio di Agniveshya, dopo aver studiato le Sacre Scritture, improvvisamente abbandonò ogni interesse nei confronti della vita e dei suoi doveri. Quando suo padre gliene chiese il motivo rispose: ‘Non è forse vero che le Scritture dichiarano, da una parte, che si dovrebbero seguire le loro ingiunzioni concernenti i propri doveri, sino alla fine della propria vita, mentre dall’altra affermano che l’immortalità può essere realizzata soltanto abbandonando ogni azione? Imprigionato tra queste due dottrine contraddittorie, che cosa farò o mio maestro e padre?» [1].

Il dubbio di Karunya è un dubbio che attanaglia un po’ tutti i praticanti e su cui si sono costruite persino strade diverse nel mondo dello yoga. Si pensi per esempio alla nascita del tantrismo, che rinnegava la disciplina precedente per immergersi in un mondo di sensi, salvo poi costruire una serie di regole che hanno finito per costituire una nuova disciplina.

Al di là dell’approccio con cui si sceglie di avvicinarsi allo yoga, il dubbio riguarda anche ciò che cerchiamo dallo yoga.

Molte persone si avvicinano per ricavarne benessere, rilassamento, riduzione dello stress, altre per la forma fisica, per la flessibilità e l’agilità, altre ancora per un percorso di introspezione e conoscenza di sé. Naturalmente ogni praticante sa che lo yoga può fornire tutti questi benefici insieme, che anzi l’uno comporta l’altro, perché sono interrelati proprio come la mente è interconnessa con il corpo.

Eppure le contraddizioni, almeno apparentemente, non mancano: nello yoga cerchiamo introspezione nella speranza che ci aiuti a migliorare le relazioni; perseguiamo un cammino spirituale, senza però esser disposti ad abbandonare i propri obiettivi terreni; sappiamo che per lo scopo spirituale e anche per le reazioni dobbiamo dimensionare l’ego, ma al tempo stesso speriamo che lo yoga aiuti a migliorare l’autostima e la sicurezza di sé. Il modo in cui ho scritto queste frasi è volutamente contraddittorio, ma il contenuto di quelle stesse frasi a un occhio più attento non lo è affatto.

Ciò che riteniamo contraddittorio può essere serenamente armonizzato, trasceso e visto semplicemente come la moltitudine di aspetti di qualcosa di molto complesso.

Lo yoga è una disciplina e una filosofia, l’essere umano è un organismo complesso, la natura è complessa, la vita è complessa.

«Ogni cosa che noi vogliamo è contraddittoria con le condizioni o con le conseguenze relative; ogni affermazione che noi pronunciamo implica l’affermazione contraria; tutti i nostri sentimenti sono confusi con i loro contrari. Siccome siamo creature siamo contraddizione; perché siamo Dio e, al tempo stesso, infinitamente altro da Dio» [2].

La nostra incapacità di accettare la contraddizione è in parte legata alla nostra limitatezza di visione: non abbiamo la capacità intellettuale di concepire l’infinito. Nell’infinito tutto è contemplato, quando si raggiunge l’infinito si va oltre le contraddizioni.

«Non esistono cose che non contengano contraddizioni; senza contraddizioni, non vi sarebbe l’universo» [3].

Lo scopo dello yoga è raggiungere una comunione con l’infinito, che significa fare l’esperienza dell’infinito.

Se con l’intelletto tale esperienza è preclusa, non lo è con l’intuizione, con la coscienza. Lo yoga prepara il corpo, che a sua volta deve sostenere la mente nel suo percorso di abbandono del pensiero e del ragionamento per aprirsi alla pura coscienza e in questa sperimentare l’infinito. I saggi e i testi ci raccontano che questa esperienza equivale a uno stato di profonda beatitudine, con la quale l’animo si pacifica, perché vedendo la coscienza per quello che è veramente, al di là dei pensieri, si trascende ogni contraddizione.  Le contraddizioni in fondo fanno parte del pensiero e quella è una condizione al di là del pensiero.

Ecco allora che il superamento delle  contraddizioni, inteso non come schieramento da una parte o dall’altra e nemmeno come soluzione della via di mezzo, è uno dei primi segni di apertura spirituale. È l’accettazione delle contraddizioni che misura la capacità di vedersi come esseri non solo complessi, ma infiniti:

«Forse che mi contraddico? | Benissimo, allora vuol dire che mi contraddico, | (sono vasto, contengo moltitudini» [4].

 

contraddizioni
Sayana-buddha-āsana, posizione di riposo del Buddha: perseguire il cammino spirituale non significa che non si debba più agire nel mondo!

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La  lezione “Moltitudini”, in diretto rapporto con questo articolo, sottolinea il nostro rapporto con lo yoga, che pure è costellato di contraddizioni. Il superamento delle stesse è il segno che la pratica yoga agisce dentro di noi.  Abbonati a Patreon per provarla e vivere con il corpo il contenuto di questo articolo!

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  1. Yoga-vaishtha.
  2. Simone Weil, L’ombra e la grazia, Rusconi, Mi, 1985.
  3. Mao Tse Tung, Sulla contraddizione .
  4. Walt Whitman, Foglie d’erba, Il canto di me stesso, ed. Einaudi, To, 1993.

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