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ARTICOLO – Yoga-terapia

ARTICOLO – Yoga-terapia

La parola terapia è sostanzialmente un sinonimo di cura, soprattutto se la si guarda dal punto di vista etimologico. La parola infatti deriva dal greco therapèia derivato a sua volta dal verbo  therapeúō, che significa ’io curo’.

La terapia è dunque definita dal suo stesso scopo, che è quello di trattare le patologie e i disagi, siano essi fisici o psichici:

«Le terapie sono misure aventi lo scopo di riportare uno stato patologico a uno stato sano e rendere sopportabile la manifestazione di sintomi disagevoli. Concretamente il significato di terapia dipende quindi dalle definizioni di salute, patologia e dagli strumenti diagnostici a disposizione per distinguerle tra di loro.» [1].

Di fatto la questione principale in ambito terapeutico è proprio la finalità del trattamento, intesa non solo come obiettivo ma anche come definizione del limite: fin dove devo e posso portare avanti una terapia? Dove si situa il confine che decreta quando la terapia ha avuto successo e quando no?

Tutto ovviamente dipende, come attesta la citazione sopra, da cosa intendiamo con i concetti di salute, patologia e disagio. Esiste una tendenza a idealizzare lo stato di salute come la possibilità di una condizione perfetta, di corpo e mente perfetti, non toccati da nessun disagio e sempre perfettamente funzionanti indipendentemente dalle condizioni circostanti.

È un po’ la stessa chimera del concetto di “felicità”. Basta allargare un poco la consapevolezza per capire che non può esistere una felicità costantemente intensa. La stessa consapevolezza, e persino gli studi odierni, ci suggeriscono che una felicità perenne così intesa non sarebbe nemmeno auspicabile (uno stato di eccitazione come quello legato ai picchi di felicità porterebbe danni al cuore, agli ormoni e al sistema nervoso).

Grazie alla sempre maggiore integrazione della filosofia orientale (ma basterebbe tornare anche a Seneca e agli antichi Greci), nella cultura odierna si è diffusa sempre più l’idea che a essere auspicabile sia una certa “serenità dell’animo”. Questa deve permettere di far fronte anche agli eventi più drammatici senza riceverne eccessivo scombussolamento o quanto meno deve permettere di mantenere viva una certa resilienza, cosicché il recupero dal trauma sia più effettivo e magari più veloce.

Si tratta insomma di mantenere un certo equilibrio nella propria condizione psichica, nel proprio umore e nel proprio benessere.

Tale equilibrio non è affatto naturale, ma è una conquista che giunge a seguito di un buon lavoro di consapevolezza, dell’esperienza e anche di allenamento mentale come avviene con certe tecniche come la meditazione.

Come non può esistere una felicità perenne, non può esistere una condizione perfetta di salute. Siamo esseri fragili che dipendono da molte variabili per la propria sopravvivenza e il proprio benessere: la nutrizione, il movimento, il clima, la natura, i rapporti interpersonali e sociali.

Un buono stato di salute viene definito dalla capacità dell’individuo di far fronte in maniera efficiente alle proprie attività quotidiane e dalla resilienza fisica e mentale dell’individuo.

La malattia, la patologia, il disagio impediscono effettivamente di portare avanti le proprie attività giornaliere e con queste non si intende solo il lavoro. È chiaro che si può continuare a lavorare anche in condizioni di disagio. Le attività giornaliere di un individuo sono quelle che riguardano la propria sopravvivenza proprio come accennato sopra: la nutrizione, il movimento, il clima, la natura, i rapporti interpersonali e sociali.

Non si tratta di essere al massimo in ognuno di questi ambiti, ma che la propria attività in ognuno di questi ambiti sia funzionale, nel senso che funzioni in qualche modo, che ci sia un equilibrio che permette di andare avanti più o meno serenamente. È qui di fatto che si intersecano gli insiemi della ricerca della felicità (serenità) e della ricerca della salute (equilibrio funzionale).

Non è detto dunque che una terapia debba portare a uno stato perfetto, non è detto nemmeno che debba “guarire completamente”. Ci sono casi per esempio nelle psicoterapie dove si conviene non andare oltre, non scardinare un equilibrio, che, per quanto imperfetto, funziona.

Non è nemmeno detto che ogni terapia debba essere portata avanti in ambito medico o istituzionale. Quando si tratta di riportare un equilibrio, il concetto di terapia può estendersi a un bacino molto ampio:

«La terapia (o cura) è quindi un concetto generale e applicabile a qualsiasi attività volta ad alleviare, ridurre o estinguere uno stato di disagio. Es. “quell’abbraccio è stato terapeutico”, “la migliore terapia è stata l’esperienza”, ecc. » [2].

Da questo punto di vista lo yoga è una terapia a tutti gli effetti. Oggi in Italia, a differenza di altri Paesi, non è consentito parlare di yoga-terapia. In effetti gli stili di yoga sono così tanti e il modo di praticarlo così vario, che è difficile stabilire un protocollo con delle linee definite come si fa per esempio con una terapia ormonale. Così si è preferito circoscrivere la parola terapia a ciò che presenta appunto dei protocolli, in genere appannaggio di figure professionali specializzate in ambito medico.

Al di là, però, della validità, ormai più che dimostrata, della yoga-therapy, come è chiamata nel resto del mondo, rimane quel suo valore di terapia come concetto. Lo yoga lavora a tutti i livelli di esistenza (fisico, energetico, psichico, intellettivo, spirituale) e lavora proprio per ricercare e mantenere quell’equilibrio che rende la nostra vita funzionale e serena.

terapia e cura
Salambasarvanga-āsana, posizione di tutte le membra sostenute, è un ottima posizione per la salute generale, ma è anche un modo per cambiare punto di vista e avere uno sguardo oggettivo su se stessi.

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La  lezione “Strumenti diagnostici”, in diretto rapporto con questo articolo, propone una sequenza che porta esempi di come possiamo usare lo yoga come “strumento diagnostico”.

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  1. https://it.wikipedia.org/wiki/Terapia
  2. Ibidem.