Tra i niyama, le osservanze da seguire nello yoga, la Hathayoga-pradīpikā nomina anche hrīmat, che si può tradurre come vergogna, nel senso di timidezza, riservatezza, modestia, imbarazzo. Per capire perché è un niyama è più facile però rivolgersi al sostantivo hrīmant, che si traduce come l’avere una coscienza, il farsi degli scrupoli.
Ecco allora che hrīmat non è semplicemente la timidezza di chi è impacciato, bloccato, né la vergogna di chi si sente imbarazzato per qualcosa che ha fatto o a cui assiste.
«La timidezza è quando distogli lo sguardo da una cosa che vuoi. La vergogna è quando distogli lo sguardo da una cosa che non vuoi» [1].
Nel caso di hrīmat non si tratta di distogliere lo sguardo per paura di ciò che si desidera (sì, perché per molti l’affrontare apertamente il proprio desiderio è una sorta di sfida interiore). Lo yogin è distaccato e non dovrebbe avere questo tipo di problemi, anche perché in teoria non dovrebbe avere particolari desideri. Posto anche che li abbia, devi saperli conoscere, riconoscere e affrontare. Ho già raccontato in un podcast la storia dello yogin che disturbato dal forte desiderio di gulab jamun, un golosissimo dolce indiano, si decide a lasciare la sua meditazione, comprare i dolci per mangiarne fino a venirne nauseato così che tale desiderio non avesse più a disturbarlo. Certo è una storiella estrema che si racconta, ma in ogni caso, no, lo yogin non è timido.
Lo yogin non si vergogna neanche del proprio desiderio, non si sente in colpa, perché il senso di colpa è esso stesso legato a un altro desiderio: quello dell’accettazione sociale.
Forse può distogliere lo sguardo per vergogna rispetto al comportamento altrui, ma anche in questo caso più che disapprovazione, il distogliere lo sguardo si potrebbe ascrivere a una volontà di non inquinare la propria mente con immagini o contenuti disturbanti (si veda in proposito l’articolo riguardo shaucha).
Hrīmat non è dunque né mera timidezza né pura vergogna, ma si lega più a un senso di saggezza, in cui viene in gioco il farsi degli scrupoli, l’avere una coscienza. Quando lo yogin distoglie lo sguardo può essere per rispetto, per discrezione o per mantenersi distaccato e puro.
«Prima di parlare domandati se ciò che dirai corrisponde a verità, se non provoca male a qualcuno, se è utile, ed infine se vale la pena turbare il silenzio per ciò che vuoi dire» [2].
Lo yogin non agisce e non parla a sproposito. Egli dovrebbe agire sempre consapevolmente, lavorare continuamente con la propria coscienza ed è proprio per questo che hrīmat è un niyama. Iniyama sono azioni da eseguire, sono una sorta di allenamento per la coscienza.
Non è facile essere sempre presenti a se stessi e alle circostanze, non è così naturale, per questo occorre esercitarsi, occorre lavorare su di sé e tenere presente hrīmat come un esercizio per sviluppare quella consapevolezza.
D’altronde è proprio la consapevolezza la strada che ci riporta alla nostra vera natura (svarupa), quella realizzazione che è lo scopo ultimo dello yoga. Nel tragitto attraverso e verso la consapevolezza, ci rendiamo sempre più conto della fragilità della nostra condizione umana: siamo infiniti, siamo parte del tutto e in questo senso siamo immortali; ma siamo anche finiti, con una forma (rupa) destinata a morire e sempre a rischio di morire per la sua natura estremamente vulnerabile.
In una società in cui la morte, la malattia e la vecchiaia sono divenuti quasi dei tabù, già solo questo pensiero dovrebbe farci frenare, farci un esame di coscienza su come conduciamo la nostra vita. Non saremmo così spavaldi se non avessimo le spalle coperte dalla società, dalla famiglia, dai mezzi di comodità che ci siamo creati. Prima di agire o parlare, ci faremmo qualche scrupolo in più.
«Non c’è niente di così timido come l’uomo al suo stato naturale» [3].

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La lezione pratica di hatha-yoga “Hrimat”, in diretto rapporto con questo articolo, indaga sul nostro grado d spavalderia e di timidezza nell’approccio con le persone.
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- Jonathan Safran Foer, Molto forte, incredibilmente vicino, Guanda, Parma, 2007.
- Detto buddista.
- Jean Jacques Rousseau, Discorso sull’origine e i fondamenti della disuguaglianza, in Scritti politici, Laterza, Bari, 1971.
