Possiamo tradurre il termine sanscrito nishchaya con un generico “certezza”. In senso lato è associato al sentirsi sicuri di sé, a quello che gli inglese chiamano self-confidence, che letteralmente si traduce come “fiducia in sé”.
«Nell’Induismo, nishcaya incarna i temi della certezza e della sicurezza, evidenziando la convinzione nella propria identità e nelle proprie relazioni e fungendo anche da strumento retorico per esprimere determinazione e fiducia in vari contesti» [1].
La parola è presente in diversi contesti dell’Induismo. Nel vaishnavismo, la corrente che esalta l’adorazione di Vishnu specie nelle sue incarnazioni umane, quelle di Krishna e Rama, nishchaya enfatizza la convinzione dei devoti. La fede in Vishnu rappresenta un pilastro, intorno a cui ruota la vita dei devoti e che dà la direzione da seguire.
Nel Natyashastra, la tradizione della danza indiana, nishchaya è una sorta di figura retorica, attraverso la quale si vuole trasmette sicurezza. Il Kavyashastra, la tradizione della poesia indiana, invece associa nishcaya alla determinazione legata all’identità e alle relazioni.
Nel concetto di nishchaya sembra implicito un sillogismo: se ciò che prendo come riferimento è certo; se questa certezza determina anche il mio dharma, ovvero il mio ruolo nel mondo, e il mio karma, ovvero le mie azioni e relazioni nel mondo; allora io posso essere certo/certa di me.
È questo sillogismo che porta alla sicurezza o fiducia in sé che l’inglese self-confidence traduce così bene. In nishchaya si delinea in questo ragionamento e come tale va considerato quando nella Hathayoga-pradīpikā al verso 16 del primo capitolo lo si legge elencato tra le virtù che portano al successo nello Yoga.
Le altre virtù sono: determinazione, coraggio, perseveranza, conoscenza del Reale, ritiro dalla mondanità.
Sono elencate appunto come virtù e non come regole o osservanze da seguire. È sempre difficile porre un confine netto tra virtù, yama e niyama, anche perché spesso li si trovano scambiati nei testi. Si può però ragionare sul fatto che la conoscenza del Reale è sì qualcosa da perseguire e che sarà veramente acquisita solo con la realizzazione yoga, ma allo stesso tempo deve essere qualcosa in cui si crede, qualcosa che si pensa si troverà, altrimenti non si intraprenderebbe neanche il cammino.
Allo stesso modo, lo yogin realizzato indubbiamente acquisirà una grande forza interiore che lo farà sentire sicuro di sé, in pace con sé e con il mondo. Però è vero anche che per intraprendere il cammino lui deve essere certo di potercela fare, deve pensare di avere la capacità di riuscire, altrimenti di nuovo non comincia neanche. Per quanto non sia ancora una sicurezza di sé a tutto tondo, quella che si sente quando si acquisisce un totale distacco (vairagya), il praticante ha in sé quella confidenza, quella sicurezza, quella fiducia che si traduce nel sanscrito nishchaya. Se non ce l’avesse, probabilmente andrebbe poco lontano nel cammino yoghico.
«La nostra capacità è tanto grande quanto la nostra fiducia» [2].

_____________________
La lezione pratica di hatha-yoga “Nishchaya”, in diretto rapporto con questo articolo, è dedicata al al concetto induista di nishchaya.
Abbonati a Patreon per provarla e vivere con il corpo il contenuto di questo articolo!
_____________________
- https://www.wisdomlib.org/concept/nishcaya
- William Hazlitt, Caratteristiche, alla maniera delle Massime di Rochefoucauld (1823).
