La disillusione nella forma di una certezza che si rivela non più tale è un’esperienza umana comune. Capita di contare ciecamente su una persona e venirne poi traditi, capita di dare per scontato la propria stabilità finanziaria e subire un tracollo. Le persone che vivono queste esperienze tendono a diventare diffidenti, talvolta cinici, comunque disilluse. Persino i più disillusi però difficilmente metterebbero in discussione gli aspetti considerati basilari della propria esistenza, quelli che non dipendono da nessuno e nient’altro che non sia il fatto stesso di esistere.
Uno di questi aspetti è il sentirsi “io” e sentirsi e sapersi nel “proprio corpo”. Questa certezza è tale che una delle più spiccate caratteristiche della giovinezza è il pensarsi in qualche modo “invincibili”, “immortali”. I giovani sanno benissimo che si invecchia, ci si ammala, si muore, ma tendono a considerarle esperienze altrui, che riguardano altri. Anche in età più adulta si tende a riconsiderare la malattia solo quando “capita a noi”.
Per una mera questione statistica, per la quale più si va avanti con l’età e più è facile che ci si scontri con la malattia e con la vecchiaia, l’adulto diviene via via più disilluso.
Di nuovo però in questa disillusione una certezza rimane solida: sono “io” ad invecchiare, il “mio” corpo si ammala. Io rimango io in qualsiasi condizione e come tale sono differenziato dagli altri e dal resto del mondo. Io rimango io e sono un individuo, un essere in-diviso, non divisibile come vuole l’etimologia del termine stesso. Questa è una verità accertata continuamente dalla mia esperienza.
«Gli esseri umani prediligono quattro tipi di certezze. La prima è quella di essere il corpo generato dalla madre e dal padre: questa certezza genera legami, condizionamenti e sofferenze. La seconda certezza invece favorisce la liberazione: è quella di essere al di là di tutti gli oggetti materiali e gli stati dell’essere, più sottile della punta di un capello. Anche il terzo tipo di certezza aiuta la liberazione: consiste nel credere che la propria natura includa l’intero universo percepito. La quarta certezza consiste nel pensare, ‘sia io che questo mondo siamo eternamente vuoti, come lo spazio del cielo» [1].
L’identificazione con il corpo, con la mente e con l’ego sono necessari per la vita sociale e in generale per la sopravvivenza, ma allo stesso tempo generano la maggior parte delle sofferenze tipiche dell’essere umano.
Si tratta di sofferenze che sono alla base dell’esistenza stessa e che Patanjali negli Yoga-sūtra riassume bene nel concetto di klesha. Per questa identificazione abbiamo paura di morire, cerchiamo le gratificazioni del corpo e sfuggiamo da ciò che lo offende, ci sentiamo superiori o inferiori agli altri. Inoltre, l’identificazione si estende a definire la nostra personalità, i nostri legami e la nostra appartenenza a un clan, a un luogo, a un tempo.
L’appartenenza genera condizionamenti e questi generano ulteriore sofferenze. Se mi identifico con la mia famiglia, con la società in cui mi formo, sentirò il giudizio della mia famiglia e della mia società in ogni cosa che faccio. Allo stesso modo ogni cosa che la mia famiglia o la mia società fa, graverà su di me, come se in qualche modo lo avessi fatto io stesso/io stessa.
Il ragazzo adolescente impiega anni per costruirsi una propria personalità, che si discosti da quella dei genitori. Utilizza di tutto per questo: dalla musica all’abbigliamento. La verità è che il processo di distacco non si compie quasi mai fino in fondo e se lo fa è spesso per essere rimpiazzato da qualcun altro (la fidanzata, un gruppo politico, ecc.) o qualcos’altro (una passione, un modo di essere).
Quando per qualche motivo, inclinazione personale o un evento che porta disillusione, l’individuo comincia a interrogarsi su se stesso, ecco che egli percorre lo stesso evento di costruzione della personalità al contrario: per capire chi è veramente destruttura se stesso.
Se il percorso ha una natura spirituale, ovvero non si limita a voler risolvere le questioni terrene che hanno portato alla disillusione, ma pretende di indagare più a fondo nel cuore stesso delle problematiche esistenziali, ecco che la destrutturazione comincia a intaccare il senso stesso dell’Io, del sentirsi Io nel proprio corpo.
«Nella mente purificata sorgono pensieri fondati sulla conoscenza (vrittijnana), che opportunamente indirizzati con energia e distacco producono una certezza incrollabile» [2].
Le normali vritti, cioè i pensieri quotidiani che riempiono la nostra mente, cominciano a essere sostituite da vritti che portano uno sguardo più ampio, che allargano la prospettiva e che riguardano jnāna, ovvero ciò che nello yoga è considerato la conoscenza della vera Realtà, di come stanno veramente le cose. Questa fase nello Yoga di Patanjali è chiamata viveka, la discriminazione. Per portare avanti l’indagine occorrono tutta una serie di qualità e prerogative, opportunamente elencate da Patanjali nel primo capitolo degli Yoga-sūtra, le più importanti delle quali sono l’esercizio e il distacco.
Serve volontà ed energia per continuare a praticare e serve oggettività, distacco per non farsi accalappiare dalle maglie dell’attaccamento che riportano la prospettiva a una visione chiusa, quella della nostra dimensione terrena, legata al corpo, all’Io, alla famiglia, alla società.
Le disillusioni della vita destrutturano le certezze della società, talvolta quelle della famiglia, in qualche caso quelle del corpo, la pratica yoga destruttura la certezza dell’Io. Come però un buon psicoterapeuta aiuta a costruire nuove e più sane identificazioni, mentre contribuisce a destrutturare quelle sbagliate; allo stesso modo lo yoga con l’esperienza del samādhi permette di accedere a una dimensione del sé che si rivela molto più solida di quella effimera dell’Io.
L’apertura del soggetto al mondo, all’universo, a sentirsi non più Io, ma parte di un Tutto, è un’esperienza talmente ricca, profonda, piena di amore che l’Io in confronto si rivela piccola cosa.
Soprattutto questa esperienza di apertura all’infinito è percepita come ultima, incrollabile, senza possibilità di appello, di andare oltre e perciò non soggetta a disillusione. Questa è la certezza che il praticante acquisisce e porta con sé: un’esperienza ricca di senso, seppur priva di significato intelligibile.
«Quando tutti i discorsi e le costruzioni mentali sbiadiscono, rimane la consapevolezza del Brahman, il Param Atman che è la luce della coscienza, senza inizio né fine. Il saggio ha la luminosa certezza, che questa è la giusta conoscenza. La soddisfazione interiore nella conoscenza dell’Atman come tutto ciò che esiste è la giusta misura della realizzazione spirituale, in tutto il mondo».

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La lezione pratica di hatha-yoga “Una certezza incrollabile”, in diretto rapporto con questo articolo, è un lavoro sulle certezze illusorie e sulle esperienze che, per quanto inizialmente destabilizzanti, si rivelano come le uniche certe.
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- Mahā-upanishad, 6.55-57.
- Tejobindu-upanishad, 1.49.
- Annapurna-upanishad, 2.34-36.
