ARTICOLO – Saper perdonare

ARTICOLO – Saper perdonare

Kshamā è un precetto che si trova in diversi testi della tradizione indiana, dal Manusmriti al Bhāgavata-purāna, dalla Bhagavad-gītā alla Hathayoga-pradīpikā. Si traduce come pazienza, tolleranza, perdono, resistenza. Nella fattispecie è esattamente la correlazione tra questi quattro termini a definire kshamā.

«Kshamā si riferisce al perdonare gli altri per le cattive azioni che hanno commesso su noi stessi, ed è per questo che è correlato a qualità come la tolleranza e la compassione» [1].

Il perdono non può essere messo in pratica senza un certo livello di tolleranza. Se si riesce a tollerare l’offesa è perché si è abbastanza integri interiormente da non venirne troppo toccati. Quando si è invece colpiti dall’offesa, ma si evita di reagire, allora si mette in atto una sorta di resistenza: non si resiste all’altro, ma a se stessi, alle proprie reazioni e emozioni. La persona controllata, consapevole di ciò che una reazione impulsiva può provocare, resiste alla provocazione e all’impulso. Tolleranza e resistenza implicano a loro volta una buona dose di pazienza.

Dunque si potrebbe esaurire l’idea di kshamā, e quindi del perdono, ai concetti di integrità interiore, autocontrollo e pazienza. Indubbiamente queste sono qualità che una persona saggia coltiva e magari ha perfezionato. Kshamā, però, non si riduce a queste.

«La tolleranza è piena di un senso di superiorità; deve essere sostituita da una comprensione totale» [2].

La tolleranza, la resistenza, la pazienza sono necessari, ma non sufficienti a realizzare il perdono vero, reale, profondo, quello che mette in pace la persona che lo vive e che le fa mantenere un senso di serenità e di amore verso tutto e tutti, inclusa se stessa e l’offensore. Per arrivare a un tale perdono serve la compassione. La compassione, però, deve essere tale nel senso originario del termine, che è quello di cum-patire, soffrire insieme. Compatire significa vivere la sofferenza dell’altro, sentirla dentro di sé, il che a sua volta implica che si è capita, compresa la situazione dell’altro.

Quando siamo offesi da qualcuno o qualcosa, tendiamo a concentrarci su noi stessi in quanto vittime e sull’altro come carnefice. In alcuni casi però la causa della sofferenza è da ricercare in ciò che l’offesa richiama di già vissuto in passato o di lacune del presente. Per esempio se subisco un tradimento, mi sentirò tanto più offesa quanto più ho subito un tradimento in passato oppure ho fatto grande, magari eccessivo affidamento, su quella persona. In questo caso dovrei sì concentrarmi su me stessa, per capire cosa mi porta a vivere così amaramente un’offesa ricevuta.

Una volta che si compie il lavoro su di sé, che si cercano di capire le motivazioni più profonde dietro le nostre reazioni emotive, diventa più facile anche capire le motivazioni altrui. Allora l’altra persona non è vista più come un mero carnefice, ma come un individuo con le sue complessità e le sue reazioni agli eventi. Così scatta la compassione, il sentire la sofferenza altrui, e da qui il passaggio al perdono è molto più semplice.

Naturalmente perdonare non significa continuare a subire, così come comprendere e compatire non significa giustificare.

Si può decidere di non frequentare o avvicinare più quella persona, perché pericolosa per noi stessi, perché tende a far scattare dinamiche negative che ci portano sofferenza, e ciononostante perdonarla, sperando il meglio per la sua vita.

D’altronde il sentimento di rancore è qualcosa che ci portiamo dentro e che rovina la nostra vita, non quella dell’altro. Anche posta la condizione per cui si riesce a ottenere una vendetta, la soddisfazione che se ne può ottenere è transitoria, mai appagante. Di sicuro non restituisce niente dell’offesa subita e non ripristina l’eventuale perdita dovuta all’offesa. Inoltre vivere con l’idea di ottenere un riscatto è un vivere in maniera condizionata, non libera.

«L’induismo promuove l’ahimsā (ovvero la non violenza). La religione spiega che se il risentimento persiste, rimarrà anche l’intenzione di danneggiare gli altri per vendetta. Per questo motivo, kshama è necessario e sostiene la pratica dell’ahimsā» [3].

Il primo danneggiato dalla violenza è chi commette la violenza. Come già scritto, non si può pensare di vivere sereni e in pace senza ahimsā, non si può pensare di vivere sereni e in pace senza kshamā.

 

Perdono
Ardhachandra-āsana, posizione della mezza luna. La luna simboleggia la maternità, la donna e le caratteristiche femminili quali per esempio la cura, l’amore, l’empatia, la disponibilità, il perdono.

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La  lezione pratica di hatha-yogaKshama”, in diretto rapporto con questo articolo, vuole essere una riflessione sulla propria capacità di perdonare e sul proprio senso della compassione.   

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  1. https://en.wikipedia.org/wiki/Kshama
  2. Satprem, L’Agenda di Mère, Edizioni Mediterranee, 1987.
  3. https://en.wikipedia.org/wiki/Kshama