ARTICOLO – Il perdono e la comunità

ARTICOLO – Il perdono e la comunità

Il perdono è un concetto chiave nell’etica yoga, perché più di altri valori indica la perfetta serenità dell’animo. Quando ogni ferita è stata rimarginata, quando non ci sono rimpianti, quando si è così sicuri di sé da non offendersi di niente, allora si è veramente in pace.

Vivere in pace significa vivere serenamente con se stessi e soprattutto con gli altri. La nostra vita, sia essa più o meno sociale, è fatta di relazioni e interazioni, e il perdono è la chiave per delle interazioni pacifiche.

«Kshama è una componente di shreya, che si riferisce al progresso spirituale sia per l’individuo che per la comunità. Nel contesto di shreya, kshama giova alla propria vita, ma anche all’intera comunità in cui si vive» [1].

Il perdono è dunque una chiave per il progresso sociale, per il benessere e la prosperità della comunità intera. Il contrario ce lo abbiamo davanti agli occhi tutti i giorni e da tutti i tempi: le guerre e i conflitti si basano sull’avidità in primis, ma proseguono in eterno sulla vendetta, sulla rivalsa, trovano fondamento e forza nel rancore.

Di fronte ai conflitti mondiali ci sentiamo impotenti, le dinamiche sociali sono sempre troppo grandi per il singolo, ma non bisogna dimenticare che si basano sull’unione di tante individualità.

Lavorare su di sé, imparare a perdonare nel proprio piccolo mondo, è la base affinché le comunità si costruiscano su individui capaci di perdonare e diventino a loro volta comunità più consapevoli e compassionevoli.

«Colui che non è invidioso di nessuno, ma si comporta con tutti come un amico benevolo, che non si considera proprietario di niente, che è libero dal falso ego, che rimane equanime nella gioia come nel dolore, che è pronto al perdono ed è sempre soddisfatto, che s’impegna nel servizio devozionale con determinazione e che ha la mente e l’intelligenza in accordo con Me, Mi è molto caro» [2].

In questa frase che il Signore Krishna rivolge ad Arjuna, tratta dalla Bhagavad-gītā, ritroviamo i temi appena accennati. Lo yogin si pone esattamente all’opposto degli atteggiamenti e delle caratteristiche che generano i conflitti: l’avidità (lo yogin non è proprietario di niente), l’invidia (lo yogin è sempre soddisfatto di ciò che ha), il falso ego (lo yogin non ha bisogno di dimostrare il proprio valore o la propria forza), la mancanza di una visione comunitaria del mondo (che lo yogin vive nel profondo nella meditazione).

Quando Kirshna afferma che lo yogin ha “la mente e l’intelligenza in accordo con Me”, afferma questo senso di unità che ogni siddha ha provato nel raggiungimento del samādhi e che genera un profondo senso di amore e compassione per tutte le creature e per tutto ciò che esiste. Di nuovo però non bisogna confondere l’amore e la compassione rispettivamente con il possesso passionale e la tolleranza di superiorità.

Anche nei sentimenti positivi lo yogin non possiede niente, è soddisfatto e non ha bisogno di dimostrare il proprio “buon animo”.

«(Il sannyasin è) Equanime nella gioia e nella sofferenza, paziente e pronto a perdonare, vive di ciò che ottiene facilmente ed è amichevole verso ogni essere» [3].

Troppo spesso parliamo di amore, caricando questo termine di tante sovrastrutture personali e sociali, e scordiamo invece il senso originario dell’amicizia. La radice della parola è la stessa di amare, un amico è colui che ama e che è riamato.

vivere in pace
Sadhaka-asana, posizione dell’adepto. L’adepto è colui che umilmente si mette al servizio del maestro, che vuole imparare consapevole dei propri limiti di conoscenza. Lo yogin è libero dal falso ego

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La  lezione pratica di hatha-yogaAmichevole verso ogni essere”, in diretto rapporto con questo articolo, mette in luce le caratteristiche dello yogin che fondano le basi di una comunità sana.   

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  1. https://en.wikipedia.org/wiki/Kshama.
  2. Bhagavad-gītā, 12.13-14.
  3. Nāradaparivrājaka-upanishad, 5.64.