Proprio come negli Yoga-sūtra di Patanjali, anche in alcuni testi dello hatha-yoga si trovano elencati gli antaraya, gli ostacoli al cammino yoga. Tra questi la Hathayoga-pradīpikā nomina laulya, la cui traduzione abbraccia una serie di termini, che in ultima analisi sono intrecciati tra di loro.
«Il significato della parola laulya è irrequietezza, avidità e desiderio. L’irrequietezza è di due tipi: irrequietezza della mente e irrequietezza dell’intelligenza. Quando la mente segue i dettami dei sensi e si assorbe in un particolare argomento, sorgono attaccamento o avversione. Pertanto, l’irrequietezza della mente è di due tipi: irrequietezza dovuta all’attaccamento e irrequietezza dovuta all’avversione» [1].
A seconda del contesto laulya è tradotto come: incostanza, instabilità, impazienza, irrequietezza, volubilità, avidità, desiderio ardente, passione, lussuria, desiderio eccessivi.
Tra questi significati di laulya spicca quello di irrequietezza. La mente che cerca continuamente di raggiungere qualcosa che le sfugge o la mente incapace di focalizzarsi portano irrequietezza. Nel primo caso, l’irrequietezza di laulya si intreccia con il significato di avidità, desiderio, passione. Nel secondo, invece, domina l’aspetto di impazienza, instabilità, volubilità.
«La mente è per natura irrequieta come il mercurio. Ma quando il mercurio è legato con la giusta procedura, contiene un’energia che può compiere qualsiasi cosa» [2].
L’instabilità, l’impazienza e la volubilità sono spesso dovuti a un’incapacità di concentrarsi. Quando la mente vaga, si distrae o si stanca facilmente, perde il focus, l’obiettivo diviene sempre più lontano. Questo allontanamento, che è chiaramente percepibile, scoraggia e porta ad abbandonare il percorso che si stava seguendo. “Legare” la mente “con la giusta procedura” come si fa con il mercurio, significa ancorare la mente all’obiettivo attraverso l’allenamento alla concentrazione e l’educazione a un atteggiamento fisico e mentale che rinvigorisca le energie, la convinzione e l’entusiasmo verso l’obiettivo stesso. Lo yoga vede questa procedura nell’insieme delle sue pratiche: dagli yama e niyama fino alla dharanā passando per gli āsana e il prānāyāma.
Nel contenere la dispersione mentale, queste pratiche risolvono altri problemi intrinseci che portano irrequietezza, quelli fisici: cambiamenti ormonali, disturbi della fisiologia corporea, ecc.
Nella fisiologia mistica dello yoga i disturbi fisiologici sono legati al malfunzionamento delle correnti vitali, prāna-vāyu, che non sono altro che le varie declinazioni che prende il prāna all’interno del corpo a seconda delle sue funzioni.
«L’agitazione delle arie vitali è collegata all’agitazione irrequieta della mente, perciò chi è intelligente deve sforzarsi con sincerità di vincere le fluttuazioni del prāna» [3].
La pratica yoga consente di equilibrare il prāna nel corpo, il che si traduce nella regolazione e stabilizzazione delle diverse funzioni fisiologiche: respirazione, fonazione, circolazione, digestione, evacuazione. In generale la pratica yoga regola l’omeostasi riportando in equilibrio i sistemi nervoso ed endocrino. Il corpo ritrova salute e vigore e la mente si pacifica e si stabilizza.
Il problema dell’irrequietezza però non si risolve solo con la salute fisica e la concentrazione. La giusta procedura funziona se applicata al giusto obiettivo.
L’individuazione del giusto obiettivo non è però qualcosa di scontato, a nessun livello dell’esistenza.
Si può, per esempio, credere di volersi sposare, perché è la cosa più giusta da fare, quando in cuore in realtà non si è pronti o convinti di farlo. Il matrimonio quindi non risolverà l’irrequietezza, anzi probabilmente la aumenterà. C’è poi il fatto, come affermava il filosofo Schopenhauer, che una volta realizzato un desiderio o un obiettivo, subito ce ne poniamo uno nuovo, in una tensione costante verso un qualcosa. Da qui nasce l’irrequietezza nella sua sfumatura di avidità e desideri eccessivi.
L’essere umano è sempre alla ricerca di qualcosa e spesso l’irrequietezza deriva non tanto dal non raggiungere ciò che cerca, ma dal non avere ben chiaro cosa sta cercando. Succede a un piano terreno, come l’esempio sopra del matrimonio, ma succede ancor di più sul piano esistenziale: persino la soddisfazione di tutti bisogni, uno dopo l’altro, non soddisferà la naturale irrequietezza dell’uomo, perché questa si lega, secondo la filosofia yoga, a una mancata comprensione della propria vera natura.
Da qui nasce il cammino yoga: la ricerca della propria vera natura che porta alla liberazione (moksha) dalle catene delle sovrastrutture sociali e animali, alla dissoluzione e al conseguente riassorbimento nel Tutto (laya) di un’ego che nella sua solitudine cerca affannosamente dei modi di riscattare la propria esistenza, al distacco (kaivalya) da una materialità che è una continua fonte di illusione.
Questo è il chiaro obiettivo degli yogin. Quando l’obiettivo è chiaro, la mente è focalizzata, non distratta o scoraggiata dagli ostacoli, ma saldamente “legata” al proprio percorso.

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La lezione pratica di hatha-yoga “Come il mercurio”, in diretto rapporto con questo articolo, vuole stimolare nella direzione di una mente ben direzionata, che è il migliore antidoto all’irrequietezza.
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- https://bhaktivinodainstitute.org/laulya-mental-restlessness/
- Vārāha-upanishad, 2.78.
- Annapūrnā-upanishad, 4.88-89.
