C’è un meccanismo strano nella mente, per il quale, nostro malgrado, ci troviamo a indugiare nei pensieri negativi, fatichiamo a contenere le distrazioni e ci sentiamo spossati dall’irrequietezza. Fermare la mente sarebbe il rimedio apparentemente più semplice, eppure si rivela il più difficile.
«Questa mente affamata rovina ogni merito acquisito da me come un topo rosicchia una corda spezzandola, ed è irrequieta come una scimmia: si arrampica in luoghi impossibili, si impadronisce di frutta anche quando ha lo stomaco pieno, e continua a muoversi qua e là» [1].
Ci piace cullarci nei pensieri, siano essi positivi o negativi.
È probabilmente qualcosa di legato alla sopravvivenza: immaginare uno scenario negativo può prepararci al peggio e divenire una palestra per capire come potremmo reagire. C’è anche però un gusto per l’eccitazione: i pensieri e le fantasie innescano l’attivazione del sistema ortosimpatico che ci fa sentire vivi, pronti, vivaci. Essere vivaci significa essere pieni di vitalità e allo stesso tempo essere dinamici, attivi. La vitalità per sua definizione stessa è il principio della vita e non c’è niente di più prezioso per noi se non la vita stessa. Se essere vivaci significa essere vivi, meglio crogiolarsi nei pensieri che bloccare la mente in una condizione che, al suo apice, nello yoga stesso è definita come una “morte in vita”.
«Lo scopo della meditazione è quello di distruggere i vikalpa (desideri e fantasie mentali di tipo negativo), ma questo richiede un notevole sforzo. Soltanto la mente può controllare la mente: chi altri, se non un re, potrebbe controllare un altro re? Per coloro che sono stati azzannati dal coccodrillo del desiderio e trascinati nelle acque della vita materiale, sbattuti qua e là dai suoi vortici, la mente è l’unica salvezza. Facendo della mente la corda e la barca che li possono trarre in salvo, devono sollevarsi fuori dalla vita materiale. E’ l’unica via di scampo» [2].
La meditazione come “morte in vita” sembra contraddittoria con l’idea di meditazione come via di scampo. Nell’idea dello yoga sono invece sinonimi e non solo: quella morte in vita è in realtà sinonimo di immortalità.
«Quando la mente diventa stabile, si trasforma in nettare dell’immortalità» [3].
Dunque una mente vivace è una mente vitale viva, che però fa soffrire, che ci fa annaspare nelle acque dell’irrequietezza. Una mente ferma stabile sembra una mente “morta” che però ci regala l’immortalità. La chiave per chiarire quello che più che una contraddizione sembra un paradosso sta nel concetto di ego. All’ego fanno capo i desideri e gli attaccamenti, nonché l’attaccamento alla vita stessa e la paura di morte. L’ego è ciò che ci fa sentire diversi dagli altri e, per una sorta di equivoco, è anche ciò che crediamo ci faccia sentire vivi. Dunque sentirsi “vivaci”, avere la mente in attività significa mantenere il proprio ego in vita.
Chi però ha vissuto un’esperienza di samādhi o un’esperienza mistica sa che si può essere vivi, anzi ci si sente ancora più vivi una volta che l’ego si è fatto da parte. Questo stato “richiede un notevole sforzo” proprio come richiede uno sforzo sedersi in meditazione e provare a concentrarsi. Mettere da parte l’ego richiede uno sforzo al di là della concentrazione, perché anche quando lo stato di coscienza comincia ad alterarsi nella direzione di uno stato meditativo, l’ego è l’ultimo a mollare la presa.
Tutto sta allora nel comprendere che la mente, i sensi, le emozioni e persino il nostro Io sono accessori al pari delle nostre gambe e delle nostre mani che ci permettono di portare avanti la nostra vita terrena.
Finché ragioniamo in termini di relazioni e azioni nel mondo, il corpo, i sensi e la mente ci sono estremamente utili e naturalmente anche l’Io. Solo che costano molta energia e tendono ad affaticarsi, a esaurirsi. Solo ciò che è al di là di questi strumenti non si affatica e non si esaurisce mai ed è lì che possiamo trovare la nostra ricarica. Per trovarla occorre invertire l’uso degli strumenti stessi. Se da dentro gli strumenti ci servono per relazionarci fuori, ecco che rivolgendo gli stessi strumenti all’interno possiamo trovare il modo di relazionarci con quella parte profonda, la fonte del nettare di immortalità. Se solo la mente può controllare la mente, lo sforzo deve essere semplicemente nella direzione che la mente prende. Non è immediato, è controcorrente, ma è anche semplice: abbiamo già gli strumenti in mano per ottenere il nostro stesso benessere, basta solo usarli nel modo giusto, al momento giusto.

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La lezione pratica di hatha-yoga “Come una scimmia”, in diretto rapporto con questo articolo, vuole essere un esempio di percorso da una mente instabile alla fermezza mentale.
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- Mahā-upanishad, 3.16-20 .
- Mahā-upanishad, 4.89-106.
- Mahā-upanishad, 4.88.
