Il Matangapārameshvara-āgama è un manuale rituale della scuola shivaita Siddhānta. È composto nella forma di una conversazione tra il santo Matanga e il dio Parameshvara, altro appellativo di Shiva, ed è diviso in quattro sezioni (pāda): Vidyā, Kriyā, Yoga, Charyā. Il testo parla, tra le altre cose, del culto di Shiva, dello Yoga, dell’iniziazione e dei voti. L’iniziazione è celebrata dal Guru e consacra il discepolo ufficialmente all’interno della setta, rendendolo eleggibile per divenire guru a sua volta. Per questo è fondamentale assicurarsi che il discepolo abbia determinate qualità, poiché da lui dipenderà il futuro della trasmissione e il destino delle anime che lo ascolteranno.
«Il Guru dovrebbe consacrare [come Āchārya] un uomo che è esperto in ciò che è insegnato in tutti e quattro i pāda, che ha grande energia (maha-utsāha), che è irreprensibile, che espone il significato degli insegnamenti nei sei argomenti [di questa scrittura], che è devoto al benessere di tutti gli esseri» [1].
Il termine āchārya deriva dalla radice char che significa “condurre” o “guidare”, con il prefisso “ā” che intensifica il significato. L’ āchārya è quindi una persona che conduce gli altri e perciò un insegnante, un precettore, una guida spirituale.
Si tratta di una grande responsabilità, che richiede le qualità appropriate. Tra queste c’è mahā-utsāha.
Non serve andare a cercare esempi nei testi o nell’India antica per capire il significato di mahā-utsāha. Basta ricordare i tempi di scuola: in molti avuto l’esperienza di un professore molto motivato, entusiasta che ci ha fatto amare quella materia proprio per la sua passione sia nello studiarla che nel trasmetterla. Ecco, questo è mahā-utsāha. Quando manca, la trasmissione non si realizza nella sua piena potenzialità. Lo ricorderanno coloro che hanno avuto l’esperienza opposta: quella di non aver amato certe materie perché insegnate da professori non motivati.
Utsāha si traduce come “entusiasmo” “motivazione”, “voglia di fare”. È ciò che permette di esplorare, crescere, espandersi. D’altronde utsāha è alimentata da agni, il fuoco gastrico che è il motore fisico delle nostre azioni, ciò che trasforma i nutrienti in energie fisiche e mentali. La fiamma di agni manifesta il suo ardore nella manifestazione esterna, nelle azioni compiute o, nel caso dell’insegnante, nel suo modo di trasmettere la conoscenza. Da questo punto di vista utsāha è contagioso: è percepito anche dagli altri e ne beneficiano anche gli altri.
Lo yogin, che sia un insegnante o meno, deve contemplare utsāha tra le sue qualità. Deve essere motivato nel suo percorso, deve essere propositivo e deve essere consapevole di ciò che trasmette, volente o nolente, attraverso il suo esempio.
Questo entusiasmo è ciò che gli permette di superare gli ostacoli e di continuare a mantenere alta la fiamma, l’ardore, della sua ricerca. È la pratica stessa a tenere viva la fiamma mantenendo agni in piena salute e generando così un circolo virtuoso: con il lavoro del corpo agni è ben in salute e genera energia fisica e mentale; l’energia fisica e mentale forniscono l’entusiasmo e la motivazione per mettersi a praticare e mantenere agni in salute.
Tutto sta nel non rompere quel circolo virtuoso, spendendo le proprie energie in altro modo, sprecandole o depredandole. Lo yogin mantiene sempre la rotta fino al compimento, che nello yoga tantrico, in cui utsāha è esaltato, coincide con il cosiddetto matrimonio cosmico: l’unione di Shiva e Shakti, coscienza e energia, nell’ājnā-chakra, il punto tra le sopracciglia, il centro del comando.
« O signore Shiva, ti prego, va’ e concedi a Shivā la grazia. O signore, distruggi la nostra miseria e donaci la felicità. O Shiva, c’è un grande entusiasmo [cioè, maha-utsāha] nel mio cuore, così come in quello degli dei, per assistere al tuo matrimonio» [2].

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La lezione pratica di hatha-yoga “Maha-utsaha, grande energia”, in diretto rapporto con questo articolo, è un omaggio alle qualità dell’āchārya, del buon insegnante, nell’idea che tutti nella vita, anche chi non insegna di mestiere, si è trovato nella condizione di dover trasmettere qualche conoscenza a qualcuno.
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- Matangapārameshvara con il commentario di Rāmakantha.
- Shiva-purāṇa 2.3.24.54.
- Kautilīya, Arthashāstra, 6.2.33.
