Siamo abituati a dare un’accezione positiva all’entusiasmo. Di solito consideriamo una persona entusiasta qualcuno con una personalità vivace, ottimista e motivato in ogni sua azione. Nella storia però l’entusiasmo non è sempre stato visto in maniera positiva.
«Il termine entusiasmo deriva dal greco antico ἐνθουσιασμός, enthusiasmós, a sua volta da ἐν, en (“in”) con theós (θεός, dio) e ousía (οὐσία, essenza). Letteralmente si potrebbe tradurre con “con Dio dentro di sé”» [1].
L’entusiasmo come concetto nasce nei contesti iniziatici dell’antica Grecia, quando il sacerdote, oppure l’iniziato, cadeva in estasi, uno stato alterato di coscienza talvolta indotto da sostanze, e aveva visioni e allucinazioni mistiche. Di fatto il termine può essere anche tradotto con le espressioni “invasamento divino” o “essere posseduto dall’essenza di un dio”. A seconda di come le si guarda, queste espressioni possono incutere ammirazione o preoccupazione. La preoccupazione interviene quando il mistico invasato dalle proprie visioni, comincia a coltivare un fervore che lo acceca, che cancella o compromette la sua oggettività e la sua razionalità.
«In italiano “entusiasmo” normalmente sta ad indicare una commozione intensa dell’animo che si esprime in vive manifestazioni di gioia, di eccitazione, di ammirazione; un sentimento di appassionato interesse nei confronti di un ideale o di una causa politica, religiosa o sportiva, l’effetto di certi personaggi dello spettacolo sui loro fan» [2] .
Nella storia del Cristianesimo troviamo il termine entusiasti per denominare particolari gruppi religiosi, alcuni dei quali prevedono esperienze di alterazione sensoriale.
Nell’Inghilterra del ‘700 l’entusiasmo era la caratteristica (negativa) di coloro che promuovevano idee rivoluzionarie e che si riteneva avesse portato alla guerra civile. Persino per la Royal Society, famosa organizzazione scientifica/culturale, il termine aveva un’accezione negativa: gli entusiasti erano coloro che parlavano di religione o politica e che per questo venivano espulsi dalla Società.
Oggi le accezioni negative sono pressoché scomparse e l’entusiasta è sempre guardato con ammirazione. Accade però talvolta che l’entusiasta assuma atteggiamenti superficiali, dove tutto è affrontato con fin troppa fiducia tanto da non prendere in considerazione i limiti oggettivi.
La fiducia è un fattore fondamentale per il benessere dell’individuo e come motore per l’azione. La fiducia però non può e non deve essere cieca e lo stesso l’entusiasmo. Entrambi devono avere una base realista, ben radicata a terra.
L’esaltazione è del mistico, non del saggio.
Il saggio pondera e osserva, conosce se stesso, capisce le situazioni e agisce in base a un principio di realtà. Per questo in alcuni casi il saggio invita a “frenare gli entusiasmi”: perché questi non permettono di osservare con oggettività la realtà, che è lo scopo primario dello yoga.
Nello yoga si traduce con “entusiasmo” il termine utsāha, che è annoverato tra le caratteristiche primarie dello yogin. L’entusiasmo dello yogin è di tipo motivazionale, si accompagna al suo ardore nella pratica, ma non dovrebbe essere invasamento. Naturalmente di invasati invece ce ne sono sempre stati nelle sette yoga e molti di loro hanno atteggiamenti così estremi da andare ben oltre l’entusiasmo. Succede ancora più facilmente quando la pratica porta conquiste gratificanti per l’ego, dalla prestazione fisica ai cosiddetti “poteri” mentali.
Eppure se da una parte i testi esortano a dedicarsi totalmente alla pratica, dall’altra mettono in guardia da questi “facili entusiasmi”.
Negli Yoga-sūtra tra gli ostacoli alla realizzazione yoga Patanjali annovera bhrānti-darshana, la falsa visione, che accade per esempio quando si scambia un’esperienza allucinatoria per la realizzazione finale. Sempre Patanjali, nel terzo pāda degli Yoga-sūtra, dopo aver enumerato i vari “poteri”, afferma che la realizzazione sorge una volta che si sia rinunciato anche a questi, ovvero una volta che questi ci rimangono indifferenti. Inoltre ammonisce di non farsi affascinare da ciò che si vede poiché si potrebbe vanificare il lavoro svolto finora.
Bisogna riconoscere che c’è un abisso tra la pratica suggerita da Patanjali e quella, più tarda, dei testi del tantrismo. Questi ultimi nascono per raggiungere lo stesso scopo dello Yoga-darshana di Patanjali, ma appaiono effettivamente molto più estremi e talvolta persino fanatici. Non a caso utsāha è una caratteristica dello yogin nominata esplicitamente nella Hathayoga-pradīpikā e non negli Yoga-sūtra. Non che l’entusiasmo e la motivazione non fosse importante prima e di fatto il termine utsāha si trova per esempio anche nella Bhagavad-gītā [3], ma sia nella Gītā che negli Yoga-sūtra prima dell’entusiasmo conta vairagya, il distacco.
L’entusiasmo rimane una caratteristica positiva, purché non si trasformi in radicalismo o illusione.
La giusta misura dell’entusiasmo, che implica spirito critico e oggettività, permette di portare avanti la propria pratica fiduciosi. Le esperienze spirituali, dalle più piccole alle più intense, che si sperimentano durante la pratica e al momento del samādhi, rinnovano l’entusiasmo diffondendolo a tutti gli ambiti della propria vita e al mondo intorno a sé, in un piacevole circolo virtuoso.
«Il Brahman creò sé stesso da sé stesso, perciò viene chiamato ‘nato da sé stesso’. Questo Svayambhu è la fonte della gioia, perché chi entra a contatto con questa dimensione prova una grande felicità. Nessuno in verità potrebbe inspirare o espirare se questa felicità non si trovasse nello spazio supremo all’interno del cuore. E’ questa felicità (anandamaya) che dà entusiasmo alle persone» [4].

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La lezione pratica di hatha-yoga “Dio dentro di sé”, in diretto rapporto con questo articolo, è un’analisi interiore per capire la misura e la natura del proprio entusiasmo.
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- https://it.wikipedia.org/wiki/Entusiasmo.
- Ibidem.
- «Chi agisce libero da ogni attaccamento materiale e dal falso ego, entusiasta (utsāha), risoluto e indifferente al successo come al fallimento, è sotto l’influenza della virtù» Bhagavad-gītā, 18.26 (nella traduzione di Swami Prabhupada).
- Taittīrya-upanishad, 2.7.1.
