ARTICOLO – La ruota del tempo e altri cicli

ARTICOLO – La ruota del tempo e altri cicli

Oggi quando sentiamo o leggiamo la parola “chakra” pensiamo subito ai centri energetici della tradizione tantrica. Questi centri erano presenti infatti nei primi testi dello hatha-yoga, a partire dal Goraksha-shataka fino alla più tarda Gheranda-samhitā:

«Quegli yogin che non conoscono i sei chakra, i 16 ādhāra, i 300.000 [canali?] e i cinque soffi, come possono aver successo [nello yoga]?» [1].

Per quanto comparisse la parola chakra, i centri venivano spesso descritti come “fiori di loto”, ciascuno dei quali avente un diverso numero di petali. Questi fiori erano considerati punti focali su cui portare la concentrazione per la meditazione e punti di incontro o, in alcuni casi, di origine delle correnti energetiche (nādī).

Nel tempo i chakra si sono arricchiti di un grande bagaglio simbolico, gran parte del quale ha origine piuttosto recente:

«L’occultismo occidentale moderno considera i chakra come veri e propri centri energetici, seppur esoterici. Questa visione nacque negli anni ’80 del XIX secolo con H. P. Blavatsky e altri teosofi, e fu successivamente plasmata da The Serpent Power di Woodroffe e dal libro The Chakras di Charles W. Leadbeater del 1927. Attributi psicologici e di altro tipo, colori dell’arcobaleno e un’ampia gamma di corrispondenze con altri sistemi come l’alchimia, l’astrologia, le pietre preziose, l’omeopatia, la Cabala e la divinazione dei Tarocchi furono aggiunti in seguito» [2].

É vero che la Gheranda-samhitā cita i colori dei chakra (che non sono comunque quelli dell’arcobaleno), ma il fatto è che il testo non sembra essere così “antico”. Si stima che possa essere stata scritta agli inizi del 1700 e il primo manoscritto sembrerebbe risalire al 1802,  ma la prima edizione tradotta uscì nel 1877, e l’edizione più famosa, su cui si sono fondati gli studi successivi è proprio della Società Teosofica e risale al 1895. Ciò sembra confermare che la teoria dei chakra per come la conosciamo oggi è frutto degli occultisti di fine ottocento.

Per capire allora quale poteva essere il valore dei chakra in testi precedenti come il Goraskha-shataka, occorre andare indietro nel tempo ad analizzare le occorrenze della parola chakra nella letteratura indiana.

La parola era già presente nei Veda con il significato basilare di ruota o ciclo.

«Lessicalmente, chakra è il riflesso indiano di una forma indoeuropea ancestrale *kʷékʷlos, da cui anche “ruota” e “ciclo” (nel greco antico: κύκλος, traslitterato: kýklos). Ha usi sia letterali che metaforici, come nella “ruota del tempo” o “ruota del dharma”, come nel verso 1.164.11 dell’inno Rigveda, pervasivo nei primi testi vedici»[3] .

La parola dunque si rifa alla semplice ruota, partendo dalla stessa radice da cui abbiamo tratto la nostra parola bicicletta. Ovviamente la ruota si associa al cerchio:

«La parola chakra sembra comparire per la prima volta nei Veda, sebbene non nel senso di centri di energia psichica, bensì come chakravartin o re che “gira la ruota del suo impero” in tutte le direzioni partendo da un centro, che rappresenta la sua influenza e il suo potere. L’iconografia popolare nella rappresentazione dei chakra, afferma lo studioso David Gordon White, risale ai cinque simboli dello yajna, l’altare del fuoco vedico: “quadrato, cerchio, triangolo, mezza luna e gnocco”» [4].

Ecco dunque che al significato simbolico della ruota si aggiunge quello del cerchio. Il cerchio è una delle forme geometriche basilari, che si ritroveranno riunite nello Shri Yantra, detto anche Shri Chakra, il chakra decisamente più importante, cosmogramma che riflette l’universo e primo “chakra da meditazione”. Di tutte le forme, è il cerchio a dare l’impronta primaria al cosmogramma. È nell’idea del cerchio che si svolge la ricerca spirituale. Questo è di fatto il primo uso del cerchio: un oggetto definito di meditazione, un limite circolare entro cui far muovere la mente durante la dhāranā, la concentrazione. Il cerchio, per sua natura, tende a rimandare l’attenzione sempre verso il centro e così facilita ciò che Patanjali chiamava l’ekatattvābhyasa, la concentrazione su un unico principio, aiuta l’unidirezionalità della mente.

È dunque dall’unione del simbolismo della ruota e dalla capacità di direzionare la mente del cerchio, che bisogna partire se si vuole capire il significato profondo dei chakra, che negli stessi testi tantrici sono presentati in primo luogo come oggetti di concentrazione.

Se ne può desumere che non è il chakra in sé e per sé ad avere una qualche influenza sulla psiche o sul corpo, posto sempre che un qualcosa di simile a un “chakra” possa esistere. Il chakra è un simbolo, che nella fisiologia mistica dello yoga rappresenta alcune funzioni del cosiddetto “corpo sottile”, ma non si può pretendere che esso abbia una vera rispondenza anatomico-fisiologica. Il chakra è piuttosto un contenitore simbolico di varie funzioni ed è soprattutto un oggetto simbolico di concentrazione, che aiuta a focalizzare la mente su determinate parti del corpo o determinate funzioni. Infine esso rappresenta sempre simbolicamente il percorso dello yogin, che vede nei chakra delle pietre miliari, dei punti di sosta della mente per concentrarsi e per avanzare nella sua capacità di concentrazione, introspezione e conoscenza di sé.

Chakra significato
Ardhachakra-āsana, posizione della mezza ruota. Questa posizione è un mezzo cerchio, anche se sarebbe la parziale della posizione della ruota, chakra-asana. Il cerchio è appunto un altro simbolo dello yajna.

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La  lezione pratica di hatha-yogaChakra”, in diretto rapporto con questo articolo, è dedicata al senso originario della parola chakra.

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  1. Goraksha-shataka, 13.
  2. https://en.wikipedia.org/wiki/Chakra.
  3. Ibidem.
  4. Ibidem.