ARTICOLO – La mistica dello svadhishthana

ARTICOLO – La mistica dello svadhishthana

Affinché una pianta possa crescere occorre prima di tutto piantarne il seme nel terreno, occorre la terra, dalla quale il seme prenderà il suo stesso nutrimento. Dopodiché occorre innaffiare la pianta, serve l’acqua. È la stessa cosa che accade all’essere umano: per essere concepito un seme deve essere immesso tramite l’apertura del pavimento pelvico. Dopodiché esso troverà nutrimento e crescerà in un ambiente umido, circondato dal liquido amniotico. Queste sembrano essere le premesse per ciò che concepiamo oggi come la simbologia dei primi due chakra. Non in tutti i testi però ritroviamo questi riferimenti:

«Il secondo loto, che si trova alla base del pene, contiene sei sillabe, a cominciare da ha fino a la, e ha sei petali splendenti. Quel loto è detto svādhishthāna ed è rosso. Il siddha chiamato Bala e la dea Rākinī risiedono lì» [1].

Così recita la Shiva-samhitā descrivendo lo svādhishthānachakra. Prosegue poi:

«Tutte le belle donne si infatuano dell’uomo che regolarmente medita sull’eterno loto svādhishthāna.  E lui è sicuro di proclamare senza esitazioni vari testi sacri di cui non ha sentito parlare prima. Libero da tutte le malattie, vaga nel mondo senza paura.  Lui divora la morte e niente divora lui. Ottiene la perfezione ultima, che dona i poteri di divenire infinitesimale e così via. Il respiro fluisce nel suo corpo e i suoi fluidi di sicuro aumentano. Anche il nettare che fluisce dal loto nell’etere aumenta» [2].

 

svadhishthana-chakra

 

Non troviamo molto in queste parole che possa aiutarci a ricostruire l’iconografia più conosciuta di questo secondo chakra. Troviamo però alcuni elementi interessanti. Innanzitutto i petali. Il mūlādhāra-chakra presenta quattro petali, perché il perineo alla base è romboide e perché il quadrato rende bene l’idea di un campo di terra. Il sei è un numero che rappresenta armonia, equilibrio, parità. In India il simbolo geometrico associato al 6 è lo shatkona, un esagramma formato da due triangoli intrecciati. Questi, a loro volta, rappresentano l’unione tra il principio maschile e quello femminile (Shiva e Shakti).

Il chakra è descritto come rosso (in altre descrizioni sono solo i suoi petali a essere rossi). Rosso è il colore dei visceri, del sangue (e del sangue mestruale) ed è anche il colore della passione.

Le “belle donne che si infatuano” dello yogin che medita su questo chakra ricordano come questo punto è associato alla sessualità. Ce lo ricorda anche la dea Rākinī, che è una shakti, un’espressione di potenza di generazione di Shiva, una guerriera (tiene armi nelle mani), ma è anche in un certo modo una lussuriosa, poiché spesso ebbra. Rākinī infatti è dipendente dal sangue (di nuovo passione) e dalle bevande fermentate.

Rākinī è talvolta rappresentata con doppio volto, ma più spesso con la faccia di un gufo. Il gufo possiede la vista notturna. Essendo lo svādhishthāna la dimora del sé, sembra che questa dea voglia ricordarci la capacità di vedere nelle profondità del sé, di contemplare le proprie ombre (di nuovo l’aggressività e i vizi).

Nel chakra è presente anche un siddha, un perfezionato, un saggio di nome Bala. Non è chiaro chi sia questo saggio, ma potrebbe essere il virtuoso di cui si racconta si bagnò nel tirtha. Si dice che fece molti doni prima di bagnarsi nel tirtha del saggio Sarasvata. Il tirtha è una fonte sacra e qui tornerebbe l’idea dell’acqua. Tirtha è anche un termine talvolta usato anche per indicare i genitali femminili e qui tornerebbe l’idea di questo chakra come associato al desiderio. D’altro canto si potrebbe invece considerare questo suo bagnarsi nella fonte primordiale come il ritorno a una dimensione uterina, di prima della nascita, come può essere descritta l’esperienza mistica dei saggi.

Il saggio Sarasvata invece porta il nome del grande fiume sacro, nascosto alla vista, proprio come la sushumnā nella fisiologia mistica dello hatha-yoga, che spesso è chiamata proprio Sarasvatī. 

Ecco allora che la figura di Bala equilibra e compensa quella di Rākinī: in noi sono luce e ombra; non si può accedere alla prima se non si conosce anche la seconda.

Già da questa scarna descrizione della Shiva-samhitā possiamo evincere molto di ciò che rappresenta “la propria dimora”, come è detto questo chakra. Non stupisce che chi medita a fondo su questo chakra acquisisca infinita conoscenza: i testi sacri parlano della conoscenza universale, perciò dire che li si conoscono equivale a dire che si ha l’onniscienza. Non stupisce neanche che superi la paura, la malattia, la morte. Cogliendo il segreto della vita, si ottiene il distacco (vairagya) dal proprio corpo e con ciò l’immortalità dello spirito.

Eppure tutto questo non ha attecchito così tanto nell’immaginario di questo chakra quanto la descrizione che invece ne dà il Satchakra-nirūpana, dove è messo più in risalto il ruolo della luna e delle acque.

«Dentro di esso vi è la bianca, splendente, acquea regione di Varuna, a forma di mezzaluna, e là seduto su un makara vi è il bīja “vam”, immacolato e bianco come le luna d’autunno» [3].

Il makara ha un’accezione che si sposa perfettamente con quanto detto finora: è il mostro primordiale, nascosto negli abissi, nelle profondità del mare, la rappresentazione unitaria e spaventevole del totale delle nostre ombre (intendendo ombre in senso psicanalitico). Ciò che cambia qui è il rimarcare che siamo in un ambiente “umido”, in un mare e che questo mare è soggetto alle correnti e alle maree per via della luna. Allo stesso modo noi siamo soggetti alle pulsioni del nostro inconscio, che non sono controllabili, non almeno finché non si sia fatto un profondo lavoro su di sé, finché non ci si sia immersi fino a incontrare il makara.

Chissà forse un pubblico più affascinato dal linguaggio esoterico e al contempo psicanalitico (il libro è stato pubblicato nel momento di piena ascesa della psicanalisi), aveva bisogno di simboli più marcati, più evidenti o forse più attuali per comprendere la portata di significato di questo “luogo del sé”.

 

svadhishthana-chakra
Con parivrittapadangushtha-āsana, posizione di presa dell’alluce incrociata, nella sua variante con la gamba piegata, disegna tre petalI con le gambe (le punte di ginocchia e piedi). Tre da un lato e tre dall’altro , si crea così fiore a sei petali come è lo svādhishthāna-chakra.

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In diretto rapporto con questo articolo è la lezione pratica di hatha-yoga  I simboli dello svadhishthana, è dedicata alla simbologia dello svādhishthāna-chakra.

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  1. Shiva-samhitā, 5.102-103.
  2. Shiva-samhitā, 5.104-107.
  3. Shatchakra-nirūpana, 15.

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