ARTICOLO – La città delle gemme

ARTICOLO – La città delle gemme

Nella visione junghiana dei chakra, dopo essersi immersi nel mare dell’inconscio nelle profondità del sé (svādhishthāna-chakra si traduce come “la propria dimora”)  si va incontro a uno stadio di apparente regressione. Accade perché quando, in questa immersione, si scopre di aver trascurato un aspetto importante di sé, la prima reazione sarà di voler recuperare il tempo perduto. Questa è secondo Jung la fase che corrisponde all’energia del manipūra o manipūraka-chakra [1].

«Situato sopra l’ ombelico, manipūra si traduce dal sanscrito come “città dei gioielli”, tradotto anche come “gemma splendente” o “gemma lucente”» [2].

Così “la città dei gioielli” sembrerebbe un luogo luccicante dove ci lasciamo attrarre da tutto ciò che brilla e lo inseguiamo costi quel che costi. Non a caso il terzo chakra è considerato la sede delle emozioni e della volontà. L’origine del nome però non si rifà a questa idea di inseguire ciò che si brama, almeno non direttamente:

«Manipūraka, è così chiamato perché il prāna lo attraversa come il filo attraversa le gemme (mani) di una collana» [3].

Secondo la fisiologia mistica dello yoga, il prāna attraversa tutto il corpo, ma si concentra particolarmente in quest’area. Qui è localizzato agni, il fuoco gastrico, e il fuoco è decisamente un concentrato di energia. Non solo: vicino al terzo chakra è localizzato, secondo alcune tradizioni [4], il kanda, ovvero il bulbo da cui originano tutte le nādī del corpo, eccetto la sushumnā che comunque lo attraversa o che proprio lì vi si unisce:

«Là dove il kanda si unisce alla sushumnā come una gemma su un filo, quel chakra, il “cerchio dell’ombelico”, è detto manipūraka» [5].

Si tratta evidentemente di un punto energetico prezioso, una sorta di snodo del prāna. Non a caso le tecniche come il mahā-bandha lavorano per potenziare il livello energetico di questo punto. Quando si riesce a gestire questa concentrazione energetica, si apre la porta di sushumnā per la Kundalinī e per lo stato di realizzazione.

«Gli yogin devono conoscere bene questo chakra delle nādī. Le tre nādī chiamate idā, pingalā e sushumnā sono controllate da chandra, sūrya e agni, e sono sempre percorse dal prāna. Idā si trova a sinistra e pingalā a destra, mentre sushumnā è nel centro. Queste tre nādī sono i canali principali del prāna». [6]

Chandra, sūrya e agni corrispondono ai tre chakra dell’addome: il manipūra, centrale, che si è già identificato come sede di agni, e i due chakra minori ai suoi lati, sūrya a destra e chandra a sinistra. Oggi li leghiamo tutti alla digestione ed è plausibile dato che la digestione investe tantissime energie e questo è il punto più intenso a livello energetico. D’altronde è proprio grazie alla digestione che riusciamo a trasformare il cibo che ingeriamo in energia per muoverci e fare.

Considerando però che i chakra servono innanzitutto a direzione,  mentalmente e energeticamente, il percorso di Kundalinī, la concentrazione sul terzo chakra riguarda soprattutto il grosso potenziale che possiamo investire nella meditazione per arrivare alla realizzazione finale:

«Al di sopra di ciò [del secondo chakra] , avendo abbandonato Kundalī, si dovrebbe pensare alla (Ruota) Piena di Gemme (maṇipūraka) (nell’ombelico). È una massa di energia radiosa, come il Fuoco del Tempo» [7].

Proprio questa idea di come utilizzare il nostro grande potenziale energetico è ciò che ricollega la descrizione tantrica del manipūra-chakra a quella junghiana.

Jung sosteneva che a questo livello avviene una sorta di regressione. Il cammino di realizzazione del sé appare interrotto perché il soggetto torna a prediligere desideri mondani, materiali, superficiali. Si tratta in realtà di una regressione necessaria per colmare certe lacune e acquisire consapevolezza di ciò che ha valore o meno per noi e d’altronde nessuna evoluzione è lineare, ci sono sempre passi indietro. I testi sembrano dirci qualcosa di simile.

«Il Jivatman che si impegna nell’azione sotto la spinta delle reazioni alle azioni passate, sia buone che cattive, continua a girare nel vortice di questo grande chakra dai 12 raggi finché non comprende la realtà» [8].

Sebbene nella maggior parte dei casi, il manipūra-chakra sia descritto avente 10 petali, talvolta lo si trova come formato da 12 raggi (o parti o petali). Dodici è il numero della ciclicità: 12 i mesi dell’anno, 12 le ore del giorno nei paesi equatoriali come l’India. Finché si è immersi nella ciclicità, si è immersi nell’azione e finché si è immersi nell’azione, siamo soggetti alle emozioni e alle reazioni condizionate dalle emozioni. Ciò significa sfruttare le nostre energie, quelle che arrivano dai nutrienti che assumiamo, nelle azioni mondane, nei desideri e negli attaccamenti, nello stress della vita quotidiana, invece che nel cammino di realizzazione interiore.

Solo acquisendo una visione ferma e distaccata, solo con l’avanzamento rispetto a questo stadio e la realizzazione interiore, si riesce a comprendere veramente la realtà e smettere di girare nel vortice di questo grande chakra.

 

manipura
Le circonduzioni del busto sono un lavoro sull’addome, sulla ruota piena di gemme (manipūraka).

 

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In diretto rapporto con questo articolo è la lezione pratica di hatha-yoga  Manipura, è dedicata alla simbologia dello svādhishthāna-chakra.

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  1. Il suffisso ka viene aggiunto in sanscrito come talvolta diminutivo o vezzeggiativo, talaltra per creare un sostantivo che qualifichi l’azione del nome (es.  phena (schiuma)> phenaka (schiumoso, o “creatore di schiuma”, sapone).
  2. https://en.wikipedia.org/wiki/Manipura
  3. Dhyānabindu-upanishad, 48.
  4. Secondo altre il kanda si trova in prossimità del primo chakra, tra i genitali e l’ano.
  5. Goraksha-shataka, 23.
  6. Dhyānabindu-upanishad, 49.
  7. Manthānabhairava-tantra.
  8. Dhyānabindu-upanishad, 54-56.

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