Il termine anāhata significa letteralmente “non colpito”, si traduce infatti anche come “illeso o “intatto”. Nel contesto dello hatha-yoga questo termine si riferisce al nāda, il suono mistico che si ode nel corpo quando la mente lascia spazio all’ascolto interiore. Tutti i suoni fisici (la voce, la musica, il vento) nascono dall’attrito o dall’impatto tra due elementi. Questo suono invece è anāhata-sbhada, suono non percosso, non causato, esso esiste di per sé, senza alcuna causa fisica o sfregamento materiale. È ciò che sul piano universale si traduce con la sillaba om.
«La risonanza che si ode è quella del suono non causato dal battere (anāhata-shabda); all’interno di questo suono esiste ciò che deve essere conosciuto (jneya); all’interno di ciò che deve essere conosciuto vi è il manas; là dove il manas si estingue c’è l’eccelsa dimora di Vishnu» [1].
Se il suono interiore corrisponde al suono universale è chiaro che sia la dimora del divino e che in esso si trovi ciò che deve essere conosciuto, ossia la conoscenza cui aspiriamo con la realizzazione spirituale. Proprio per questo evidentemente la percezione del nāda non è immediata, altrimenti sarebbe a portata di tutti e non ci sarebbe bisogno di tutto l’allenamento dello hatha-yoga. Allo stesso tempo però non è neanche così difficile e basta appunto l’allenamento.
«Orecchio, occhi, naso e bocca debbono essere tenuti chiusi con le mani: allora si ode un suono chiaro e distinto nel canale purificato di sushumnā.» [2]
Il suono è percepito nella sushumnā-nādī, il che lascia intendere che si debba essere già a buon punto del cammino, poiché la sushumnā-nādī si apre solo con il risveglio di Kundalinī, quando le correnti di destra e sinistra sono bilanciate. Non tutti i testi specificano che il suono si sente nel canale centrale, molti sono più vaghi e nessuno specifica veramente, come si pensa, che esso si percepisca nel cuore. La teoria più accreditata vuole che l’anāhata-chakra derivi il suo nome proprio dal fatto che in questo centro energetico si percepisce il suono interiore. In realtà nessun testo è così esplicito.
«Solo il santo Gurunātha conosce l’unica beatitudine, al di là delle parole, che cresce nel cuore dei migliori tra gli yogin, immersi nel samādhi provocato dalla concentrazione sul nāda.» [3]
Il verso succitato sembra affermare che è la beatitudine a crescere nel cuore e non il nāda. La beatitudine è una conseguenza del suono, che come già detto, sorge quando lo yogin è oramai verso la realizzazione del suo scopo:
«Questo suono interiore, quando è continuamente sperimentato, distrugge i suoni esterni. In quindici giorni lo yogin, dopo aver sconfitto tutte le distrazioni, diventa felice.» [4]
L’unico collegamento apparente tra il nāda e il cuore sembrerebbe essere dunque una catena consequenziale: l’avvicinarsi alla realizzazione lascia emergere il nāda; man mano che la realizzazione avanza, il nāda si trasforma fino a divenire sempre più sottile [5]; quando è al livello più sottile coincide praticamente con l’Om e con la realizzazione; la realizzazione porta beatitudine; la beatitudine si percepisce nel cuore.
È probabile che il chakra situato nel torace sia stato nominato anāhata, perché il cuore produce un suono che non è causato da un colpo esterno (anche se un colpo c’è ed è quello dovuto alla chiusura delle valvole cardiache). Come avviene in ogni lingua per cui uno stesso termine può avere più usi, anāhata indica anche il nāda. Ciò non determina necessariamente un collegamento diretto tra i due.
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In diretto rapporto con questo articolo è la lezione pratica di hatha-yoga “Anahata”, dedicata al senso di anāhata, che si lega indissolubilmente al concetto di nāda, il suon interiore.
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- Hathayoga-pradīpikā, 4.100.
- Ibidem, 4.68.
- Ibidem, 4.81.
- Ibidem, 4.83.
- «Durante la fase iniziale della pratica si ode un suono forte e vario; poi quando la pratica progredisce, si ode un suono sempre più sottile. All’inizio i suoni sembrano prodotti dall’oceano, dalle nubi tempestose, dai timpani, dal tamburo jharjhara. Nello stadio di mezzo sembrano quelli del tamburo mardala, della conchiglia, del gong e del corno. Alla fine sono suoni come di campanellini, di flauto, di vīnā e di api. Questi sono i multiformi suoni che si odono all’interno del corpo. Anche quando si odono suoni potenti che sembrano di nubi temporalesche, di timpani, ecc., si deve cercare di cogliere in essi il suono sempre più sottile.» (Hathayoga-pradīpikā, 4.84-87).
- Nello Yoga Kosha, dizionario dei termini yoghici, pubblicato a Lonavla, India, la prima volta nel 1972, anāhata compare sotto due voci (anāhata 1, anāhata 2) corrispondenti rispettivamente al chakra situato nel torace e al suono interiore, ma nessuna delle due rimanda in alcun modo all’altra (Yoga Kosha, Kaivalyadhama S.M.Y.M. Samiti, Lonavla, Dist. Pune, Maharashtra, 1972, pag. 18).
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