Le descrizioni dei chakra sono diverse da scuola a scuola. Nelle Upanishad si parla di un “loto del cuore” (hridaya-kamala o hridaya-chakra o anche hrit-chakra), che sembra diverso dall’anāhata-chakra, che evidentemente è un concetto più tardo. Riguardo all’iconografia si trova molto poco, salvo il fatto che contiene ākasha, lo spazio cosmico, e che da lì partono 101 canali energetici che arrivano a tutto il corpo.
«I canali di energia collegati con il cuore sono pieni di una sostanza preziosa di colore rosso bruno, bianco, blu, giallo e rosso. I canali di energia del cuore sono 101, e uno di essi arriva fino alla fontanella del cranio, il chakra della corona. Chi si innalza attraverso questa porta raggiunge l’immortalità, mentre le altre arterie di energia conducono a destinazioni differenti» [1]
Il cuore è visto come una porta e in particolare una porta di accesso verso lo spazio.
Il “chakra della corona” infatti è il punto da cui lo yogin trascende se stesso per immergersi nel Tutto infinito, fatto solo di spazio (ākasha). Questo chakra è alimentato da un canale che parte dal cuore, perché il cuore stesso è ritenuto sostanziato di spazio. Per la precisione poi hridaya è dotato di cinque porte, che non a caso seguono le quattro direzioni dello spazio:
«Ciò che è chiamato Brahman è anche lo spazio esterno al corpo e dentro il corpo – quello all’interno del corpo è lo spazio nel loto del cuore, che riempie ogni cosa ed è immutabile. Chi sa questo ottiene una prosperità perfetta e infinita […]
Questo cuore ha cinque porte sorvegliate dai Deva: quella a oriente è il prana, la vista, Sūrya (il sole), sul quale bisogna meditare come la radiosità e l’origine del nutrimento: in questo modo si ottiene radiosità e cibo. La porta meridionale è vyāna, l’udito, Chandra (la luna), sul quale si medita come prosperità e fama: in questo modo si ottiene prosperità e fama. La porta occidentale è apāna, la parola e Agni (il fuoco), lo splendore benedetto nato dalla sapienza sacra e l’origine del nutrimento: in questo modo si ottiene lo splendore della scienza sacra e abbondanza di cibo. La porta settentrionale è samāna, la mente, Parjanya (la pioggia), che è popolarità e carisma: in questo modo si diventa influenti e famosi. La porta superiore è udāna, l’aria, l’ākasha (lo spazio), che è forza e nobiltà di carattere: in questo modo si acquisisce forza e nobiltà.» [1]
Il cuore sembra aprire a tutto ciò che di desiderabile possa offrire la vita: il cibo, la conoscenza, la forza, la prosperità, la nobiltà, la fama, l’influenza.
Queste affermazioni si situano coerentemente nel filone dei prodigi yoghici paventati in larga parte della letteratura e che hanno in genere una doppia valenza: 1. stimolano il non illuminato a raggiungere la realizzazione spirituale; 2. non hanno bisogno di convalida dal momento che la realizzazione è stata effettivamente raggiunta, perché a quel punto il distacco interiore è tale da non ritenere più importanti le attività mondane.
L’importanza della meditazione su hridaya non è evidentemente nel suo concedere benefici, ma nella capacità di estendere la percezione di sé. In fondo c’è un collegamento diretto, effettivo, tra lo spazio del cuore e lo spazio esterno: l’aria si muove nello spazio esterno, entra nei polmoni, dai polmoni arriva al cuore che la converte in energia per tutto l’organismo. L’aria metabolizzata parte dal cuore nel percorso opposto per tornare allo spazio. L’aria è il mezzo che collega il cuore e lo spazio. Il cuore regge il corpo e la mente, lo spazio esterno regge tutta la manifestazione.
La manifestazione non è spazio (ākasha) in cui si muove il respiro (ātman), il respiro dell’uomo e il respiro del mondo.
«All’interno del cuore sono fissati i canali dell’energia come i raggi di una ruota di carro, e qui l’Ātman si muove prendendo molte forme.» [3]

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In diretto rapporto con questo articolo è la lezione pratica di hatha-yoga “Il loto del cuore”, che esplora la fisiologia mistica del loto del cuore.
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- Chāndogya-upanishad, 8.6.1-6.
- Ibidem, 3.12.1-9 e 3.13.1-7.
- Mundaka-upanishad, 2.2.6.
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